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Martedì, 27 Ott 2026

Comunicato Usi-Ricerca

All’Istat il telelavoro non è una modalità utilizzata per “razionalizzare l’organizzazione del lavoro e realizzare economie di gestione attraverso l’impiego flessibile delle risorse umane”, così come prevede il DPR 70/1999, ma piuttosto una concessione fatta dal dirigente di turno al singolo lavoratore, con tutto ciò che ne consegue.

E’ quanto emerge senza alcuna ombra di dubbio dalla delibera, scaturita da una procedura tutt’altro che legittima e trasparente, con la quale l’amministrazione ha reso nota la graduatoria di coloro che hanno conseguito il diritto ad effettuare da casa una parte della propria prestazione lavorativa.

A nulla sono valse le richieste di Usi-Ricerca di stilare la graduatoria solo in base al punteggio conseguito o in alternativa di sospendere in via di autotutela l’iniquo procedimento. L’Usi si è trovata di fronte un’amministrazione sorda, che pur riconoscendo le clamorose lacune dell’iter di assegnazione delle posizioni di telelavoro, ha preferito proseguire a testa bassa con un impegno generico a rivedere le modalità per il futuro.

Il meccanismo posto in essere oltre a violare l’articolo 31, comma 3, lettera g) del ccnl 2002-2005, che prevede l’informazione preventiva alle organizzazioni sindacali sulle modalità di realizzazione dei progetti e ambito delle professionalità da impiegare nei progetti di telelavoro, nonché l’articolo 6 del Regolamento sul telelavoro di cui alla delibera n. 891/PER del 14 ottobre 2009, si appalesa illegittimo e scandalosamente teso a favorire singole posizioni piuttosto che a tutelare situazioni oggettive di particolare disagio.

Basti pensare che l’ultimo degli assegnatari ha scavalcato ben 81 colleghi che lo precedevano in graduatoria e che si sarebbero verificati casi in cui, nel medesimo ufficio e a parità di attività svolta, è prevalso il dipendente con minor punteggio.

L’equivoco di fondo, sul quale l’amministrazione ha giocato per poter modellare a proprio piacimento la graduatoria finale è l’esistenza di progetti di telelavoro, mentre la domanda che gli interessati hanno compilato faceva riferimento all’area di attività richiesta e all’attività lavorativa svolta.

In pratica, non era sufficiente che il candidato svolgesse un’attività telelavorabile, ma questa doveva coincidere con un progetto formulato (non si sa bene quando) dai responsabili degli uffici dirigenziali generali (capi dipartimento e direttori centrali), che però non era noto al momento del bando così come non lo è tuttora.

A giudicare dall’informativa trasmessa alle organizzazioni sindacali prima della pubblicazione della graduatoria, il Comitato sul telelavoro e assegnazione dei progetti avrebbe verificato la corrispondenza sia tra l’attività svolta e l’area prescelta, sia tra “livello e profilo professionale posseduto e quelli richiesti dalle Direzioni centrali”. Quindi, la definizione dei progetti era a priori pressoché nominativa, o è stata aggiustata in corso d’opera e l’intera procedura è praticamente una farsa, perché il dipendente interessato poteva avere tutte le necessità di questo mondo, ma se non aveva concordato preventivamente il progetto con il proprio direttore, in modo da far coincidere la richiesta con quanto riportato sulla propria domanda di partecipazione, il telelavoro poteva scordarselo.

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