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Martedì, 25 Ago 2026

di Ivan Duca

Tra governi che a tutto pensano tranne che alla ricerca e baroni (ora, forse, baronetti) che impazzano impunemente nelle Università, dove spesso non si ottiene giustizia nemmeno dopo sentenze favorevoli del Consiglio di Stato, fuggire all’estero è il minimo che si possa fare, sempre che si trovino le condizioni favorevoli.

Ora, un po’ per il clima, un po’ per il cibo, senza parlare degli affetti, naturalmente, chiunque preferirebbe vivere e lavorare nel proprio paese.

Devono averlo capito, anche se con ampio ritardo, al Miur nel 2009, quando hanno deciso, con un decreto legislativo (n. 213/2009), di stanziare annualmente una piccola somma da mettere a disposizione degli enti di ricerca per allettare i fuggitivi a tornare a casa.

Quest’anno, alcuni quotidiani, come Il Sole 24 Ore, hanno titolato, con ingiustificata enfasi: “Ecco i fondi per assumere scienziati e «cervelli in fuga ». Per le domande c’è tempo fino all’8 novembre”.

In realtà, i fondi ammontano a poco più di 1,6 milioni di euro. Ora, se si tiene conto che il solo Cnr, con un decreto, del 7 novembre scorso, a firma del presidente Nicolais, ha proposto al Miur una lista di nomi, che comprende quattro dirigenti di ricerca e sette primi ricercatori, per un costo complessivo di oltre 1,2 milioni di euro, si capisce che per tutti gli altri enti vigilati dallo stesso Miur rimarrebbero le briciole.

Ma, al di là di questo aspetto, tutt’altro che secondario, ciò che viene pretermesso o, meglio, ignorato dai giornaloni nazionali ma che, ancora una volta, lascia a dir poco perplessi, sono le modalità attraverso le quali l’ente di piazzale Aldo Moro ha individuato i nominativi dei “cervelli fuggiti”, da riportare in Patria.

Per come si è dipanata, la procedura, stando al predetto decreto, è stata la seguente.

Ricevuti i nominativi dai direttori dei dipartimenti, il direttore generale li ha trasmessi al presidente, che li ha girati sic et simpliciter al Miur. Delle modalità con le quali i direttori di dipartimento (quanti e quali?) abbiano individuato i “fuggitivi” non è dato sapere, visto che nel provvedimento presidenziale non se ne fa menzione alcuna.

Di fronte a tanta palese opacità, la prima domanda che in tanti si fanno è se il Cnr sia provvisto di una lista, in continuo aggiornamento, di “cervelli in fuga”, visto che dall’Italia ormai partono a vagonate. Se così, come sembra, non è, magari è stato fatto un bando, anche semplicemente on line (con tutti i rischi del caso, dati i precedenti recenti), del quale però nel decreto non v’è traccia.

Eppure si trattava di un modus procedendi doveroso da parte dell’ente, così da mettere tutti i “fuggitivi” in condizione di proporre la propria candidatura. Ancora una volta, viceversa, il Cnr sembra aver deciso autonomamente con il metodo dell’intuitu personae, come se si trattasse di nominare i senatori a vita.

Se poi, come purtroppo è avvenuto, a scorrere la lista si scopre che alcuni dei “fuggitivi” lavorano nella capitale, proprio alle dipendenze del Cnr, le perplessità si trasformano in autentico scoramento. Sembra quasi di assistere, infatti, a una sorta di stabilizzazione surrettizia, almeno per alcuni dei candidati (dal Cnr) a primo ricercatore.

Anche per i candidati, sempre dal Cnr, a dirigente di ricerca, non solo si ignorano le modalità di individuazione ma, addirittura, non si sa neppure se abbiano dato la loro disponibilità.

Anche ad ammettere che tutto potesse svolgersi nel modo in cui si è svolto, allora occorreva, quantomeno, previamente identificare una rosa di ricercatori/tecnologi distintisi “per merito eccezionale” e, poi, scegliere tra loro, con criteri prefissati, i più meritevoli in assoluto.

Il tutto all’insegna di merito e trasparenza dei quali, sin dal suo insediamento, il presidente Nicolais ha fatto la sua bandiera.

Ma che ora sembra essere stata ammainata.

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