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Mercoledì, 18 Feb 2026

di Roberto Tomei

Tra coloro che alla mezzanotte del 31 dicembre saranno contenti di archiviare il 2013 ci saranno certamente anche i vertici dell’Ingv, le cui imprese sono di recente rimbalzate all’attenzione persino delle aule parlamentari.

 

Tra la gestione Boschi e l’attuale - è proprio il caso di dirlo - sembra di trovarsi di fronte a due ere geologiche. Se nella prima, come tutti ricordano, l’Istituto di via di Vigna Murata era al top fra gli enti di ricerca e se ne celebravano “le magnifiche sorti e progressive”, a descrivere il presente ci può aiutare solo Foscolo: “Non son chi fui, perì di noi gran parte. Questo ch’avanza è sol languore e pianto”. In pochi anni, insomma, l’Ingv appare irriconoscibile.

Una drastica riduzione di finanziamenti sembra aver messo in ginocchio l’ente, che pure può vantare nel suo organico personale di notevole spessore scientifico, costretto però a segnare il passo per carenza di risorse che, a detta di tanti, non appaiono ascrivibili alla congiuntura economica, bensì alla difficoltà di attrazione delle stesse da parte del board dell’Istituto, che aveva promesso una rivoluzione copernicana rispetto al passato ma che ha finito per mostrare forti limiti non solo in tema di controllo della gestione ma anche in materia di trasparenza delle proprie decisioni, rese pubbliche in forma sintetica e, quindi, incompleta e spesso incomprensibile.

Chi si era illuso che con l’ingresso nella stanza dei bottoni di ben due rappresentanti eletti dal personale, l’Ingv sarebbe diventata una casa di vetro, è rimasto profondamente deluso.

Da loro ci si sarebbe aspettato un controllo rigoroso sull’attività dell’ente e una informazione capillare a tutto il personale. Nulla di tutto ciò se è vero, come è, che tra membri del cda di nomina ministeriale e membri eletti dal personale ci sarebbe stato, come in effetti c’è stato, un patto per propinare al ”volgo” la sola pubblicazione delle conclusioni operative dello stesso cda e non le posizioni dei singoli sui vari punti in esame.

Anche l’attenzione riservata dal governo al problema dei precari, senza i quali l’ente non potrebbe continuare a operare, è assolutamente al di sotto delle aspettative e non può certo essere celebrata come un successo degli organi di vertice. Tutt’altro.

Sta di fatto che nemmeno nell’estemporaneo ritiro settembrino di Grottaferrata, il top management dell’Ingv è riuscito, per quel che se ne sa, a elaborare convincenti linee di indirizzo e gestione, idonee a restituire all’ente quel ruolo strategico che dovrebbe avere in un paese dell’occidente avanzato, quale è l’Italia.

Solo nubi all’orizzonte, dunque, e proprio non si sa, per dirla col sommo poeta, quando l’ente tornerà “a riveder le stelle”.

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