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Mercoledì, 18 Feb 2026

Non  c’è pace in via Balbo, sede storica dell’Istituto nazionale di statistica. Da quasi un anno senza presidente facente funzioni, da settembre 2013 con un direttore generale reggente, ora è privo anche del direttore del personale, Antonino Costantino, che, martedì scorso, improvvisamente ha presentato le proprie dimissioni dall’incarico, che gli era stato conferito a luglio del 2011.

Sembra dunque senza soluzione la crisi in cui versa l’ente, che nel 2016 compirà novant’anni.

Sulla mancata nomina del presidente, dopo l’uscita di scena anticipata di Enrico Giovannini chiamato da Letta alla guida del ministero del Lavoro alla fine di aprile del 2013, Il Foglietto è stato forse il notiziario che ha informato di più i lettori, facendo venire alla luce anche i clamorosi scivoloni della Commissione affari costituzionali del Senato, in occasione del parere sulla nomina di Pier Carlo Padoan che, ad un passo dalla successione a Giovannini, è stato dirottato in via XX Settembre da Matteo Renzi, per assumere la carica di ministro dell’economia e delle finanze.

Né la procedura messa in atto dal neo ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, che dovrebbe portare alla individuazione del nuovo presidente dell’Istat attraverso un bando pubblico e il successivo esame dei curriculum degli aspiranti alla poltrona, sembra destinata a sbloccare la situazione se è vero, come è, che il termine di scadenza, fissato al 7 aprile, è già stato immotivatamente differito di una  settimana.

Al momento, fonti attendibili riferiscono che ad ambire alla prestigiosa carica di presidente dell’Istat sarebbero più di una sessantina, numero destinato sicuramente a crescere per effetto della proroga dei termini.

Ma, come abbiamo spiegato con un nostro articolo del 1° aprile scorso, stante l’attuale legislazione che disciplina la nomina del n. 1 dell’ente statistico, l’effetto curriculum difficilmente sarà determinante nella scelta, perché ciò che conta è il disco verde delle commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, per ottenere il quale occorre il voto favorevole dei due terzi dei componenti.

Un quorum elevatissimo, di cui i partiti che sostengono Renzi non dispongono, con la conseguenza che la maggioranza dovrà cercare un’alleanza con qualche forza di opposizione, cosa che era accaduta per Padoan, quando in soccorso del governo Letta era giunto il voto favorevole di Forza Italia che, nel frattempo, era passata all’opposizione.

Dunque, è facile prevedere che, se prima questo accordo non verrà trovato, difficilmente Renzi proporrà un nome al Consiglio dei ministri, con l’elevato rischio che venga impallinato nelle commissioni, non per la qualità del suo curriculum ma per la mancanza dell’intesa con una parte dell’opposizione.

In conclusione, la crisi che investe l’Istat da più di un anno sembra destinata a perpetuarsi ancora, lasciando del tutto irrisolti molti problemi, anche delicati, che riguardano i dipendenti dell’ente, tra i quali spiccano quelli del personale precario, che chiede la proroga dei contratti e maggiori risorse per l’espletamento di concorsi riservati a tempo indeterminato; dei candidati a concorsi pubblici già banditi da tempo dall’ente, che sollecitano la conclusione delle procedure e la successiva assunzione dei vincitori, e del personale tecnico-amministrativo che, legittimamente, esige le progressioni economiche e di livello nonché il pagamento del fondo di produttività, bloccato dal 2011.

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