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Sabato, 04 Apr 2026

Designato a presidente dell’Istat dal governo Renzi il 13 giugno, mercoledì scorso Giorgio Alleva ha ottenuto il definitivo disco verde dal Parlamento, dopo l'incresciosa bagarre mediatica avviata da una quarantina di economisti, che avevano mosso dure critiche alla scelta dell'esecutivo.

In occasione del prossimo Consiglio dei ministri verrà formalizzata, con ogni probabilità, la sua nomina, che finalmente  ridarà all’ente di via Balbo un presidente pleno jure, dopo che per più di un anno la rappresentanza legale è stata affidata al facente funzioni Antonio Golini.

Come il suo predecessore, Enrico Giovannini, anche Alleva conosce già l’ente statistico, essendo stato membro del cda ed avendo partecipato alle riunioni del Comstat, l’organo di indirizzo del Sistan. Tuttavia, per quanto ci riguarda, ci auguriamo che egli non sia percepito, tanto meno si atteggi, come “uno di noi”, secondo una formula, come l’esperienza ci insegna, tanto rassicurante quanto inquietante nella sua vaghezza.

Mutuando un’espressione di Woody Allen, l’Istat non sta affatto bene e il Sistan sta decisamente peggio. Alleva non può non esserne edotto, così come deve essere consapevole che il suo incarico gli attribuisce il ruolo di “motore” della statistica ufficiale, un’area strategica dell’amministrazione dello Stato, sempre più chiamata in causa per conoscere a fondo la realtà che ci circonda ed assumere meglio le più disparate decisioni.

Nel merito, senza pretesa di essere esaustivi e andando in ordine sparso, ci permettiamo tanto doverosamente quanto sommessamente di segnalare quelle che, non solo da noi ma anche dalla stragrande maggioranza del personale dell'Istat, sono ritenute le criticità di ordine generale:

1) la sede unica. E’ tempo di prendere una decisione, visto che se ne parla dal secolo scorso, col risultato opposto di aver moltiplicato le sedi, che costano, sono spesso inadeguate e garantiscono solo il “turismo statistico” dentro e fuori le mura della capitale;

2) l’organizzazione degli uffici. In quanto esito infausto di un ingiustificato livellamento verso l’alto, si è rivelata pletorica e disfunzionale. In pochi anni, le sezioni sono diventate servizi e questi direzioni. Come non bastasse, sopra tutti sono stati costituiti pure i dipartimenti. Se proprio non si vuol tornare a due direzioni, una generale e l’altra tecnica, un bel taglio ci sembra proprio improcrastinabile;

3) il precariato e i concorsi esterni ed interni. Questione miracolosamente chiusa pochi anni fa, il precariato è tornato a essere un problema aperto, che va avviato subito a soluzione, ridando ai giovani, che certe volte purtroppo non sono nemmeno più tali, certezze sul loro futuro. Analoghe certezze vanno ristabilite circa lo svolgimento dei concorsi, visto che, se un tempo era difficile prevedere quando si chiudevano, ora non si sa più nemmeno quando cominciano;

4) le esternalizzazioni, soprattutto ma non solo, delle indagini statistiche. Queste vanno ridotte al minimo, facendo di tutto per riaffidarle ai dipendenti dell’ente, eventualmente utilizzando una diversa e più consona organizzazione del lavoro. Anche il governo finalmente ha deciso di chiedere a tutte le amministrazioni puntuali spiegazioni per tutto ciò che appaltano fuori;

5) il salario accessorio e i benefici assistenziali. L’Istat deve cambiare passo e attrezzarsi affinché su queste problematiche non ci siano più ingiustificati ritardi nella conclusione dei relativi accordi con le organizzazioni sindacali.

Il mandato di presidente dell’Istat dura quattro anni, ma si sa che è tutt’altro che infrequente la conferma nell’incarico. Definite le urgenze, c’è dunque tempo, se si vuole, per affrontare anche tutti gli altri problemi.

L’Usi-Ricerca è pronta al dialogo.

 

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