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Venerdì, 27 Feb 2026

Tre scienziati appartenenti a delle Ong, Peter Clausing, Claire Robinson ed Helmut Burtscher-Schaden, sono gli autori della ricerca Pesticides and public health: an analysis of the regulatory approach to assessing the carcinogenicity of glyphosate in the European Union, con la quale mettono in discussione il metodo scientifico utilizzato per classificare la pericolosità del glifosato per la salute pubblicato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa).

La loro critica si estende fino alle linee guida per la valutazione del rischio e ai criteri di ricerca previsti dal Regolamento europeo 1272/2008.

A darne notizia è la newsletter settimanale di Slow Food, che intervista il professor Carlo Modonesi dell’università di Parma, membro del Comitato Scientifico dell’Associazione medici per l’Ambiente (Isde Italia).

Per Modonesi, si tratta di ricercatori con “un background scientifico di primo livello. L’articolo parla infatti di dati e di fatti veri e di come andrebbero letti in un’ottica scientifica non condizionata da interessi particolari; vale a dire, rispettando l’integrità scientifica, il buon senso e (non ultime) le stesse regole fissate dalle istituzioni europee”.

Efsa ed Echa, escludendo dalla propria analisi alcuni studi sperimentali che fornivano risultati positivi e significativi in relazione ad alcune patologie tumorali (soprattutto linfomi e tumori renali), avrebbero impiegato criteri del tutto arbitrari. Una scelta operativa in contrasto e, quindi, in violazione, con quanto previsto dal Regolamento europeo (CE) 1272/2008 in materia di «Classificazione, Etichettatura e Imballaggio» delle sostanze e delle miscele chimiche.

Secondo gli autori dello studio, si sarebbe trattato di un orientamento non solo sbagliato, ma consapevole, nell’istruire la revisione dei dati di letteratura, ciò legittimerebbe “il dubbio che la procedura valutativa delle due Agenzie – aggiunge Modonesi – sia stata applicata in quel modo per evitare di arrivare alla stessa conclusione a cui era arrivata l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) che, com’è noto, nei primi mesi del 2015 aveva inserito il glyphosate in classe 2A (probabile cancerogeno per l’uomo). Sintetizzando un po’, potremmo affermare che l’articolo dei tre autori deve farci riflettere innanzitutto perché fa luce su come viene pianificata e gestita in Europa l’autorizzazione commerciale dei composti di sintesi destinati a entrare nella catena alimentare (sia degli animali domestici che dell’uomo). In secondo luogo, ma questa è una considerazione più generale che non è inerente al lavoro specifico di Clausing e colleghi, perché nella valutazione del rischio delle agenzie europee non si tiene sufficientemente conto della tossicità ambientale di molti composti che, anche se non necessariamente cancerogeni, sono dannosi per una grande varietà di organismi. Tra questi, molti dei pesticidi più pericolosi e persistenti, il cui impiego senza attenzione alla precauzione ha determinato un drastico peggioramento della qualità chimica delle matrici ambientali, con effetti ecologici di proporzioni preoccupanti”.

Il lavoro di Clausing, Robinson ed Helmut Burtscher-Schaden, passato piuttosto sotto silenzio, non sappiamo se lascerà un segno e se servirà a guardare con una lente diversa l’operato delle agenzie europee. Così pure non sappiamo se l’Efsa rivedrà il suo giudizio sul glyphosate, come avrebbe dovuto fare già da tempo alla luce di quanto affermato da molti autorevoli esponenti del mondo della ricerca, né sappiamo cosa farà la Commissione europea.

Purtroppo, talvolta, nell’Europa degli interessi preminentemente economici, la salute dei cittadini conta ben poco.

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