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Mercoledì, 14 Gen 2026

Scusate la lunghezza, ma ci vuole. Molti agronomi e forestali, incluso diversi presidenti del relativo Ordine Professionale, promuovono l’abbattimento degli alberi «quando la stabilità è compromessa e certificata dalla valutazione della Stabilità Arborea (VTA) o perché sono arrivati “a fine vita”». Chiariamo cosa c’è dietro queste affermazioni professionali per capirne i limiti e le criticità.

Per quanto riguarda la valutazione della stabilità degli alberi, il metodo VTA (dall’inglese Visual Tree Assesment = Valutazione visuale dell’albero, messo a punto dal prof. C. Mattheck, dell’Università di Karlshure, in Germania), si basa sull’assunto che i difetti statici interni di un albero sono di solito (ma non sempre! n.d.r.) collegati a determinati sintomi visibili esternamente. L’esperienza dimostra che essa da sola non è sufficiente a definire una diagnosi adeguata e non può essere messa a fondamento di abbattimenti facili che poi si rilevano, a tronco reciso, assolutamente immotivati perché moltissimi alberi erano sanissimi.

Sappiamo bene che il metodo VTA è l’unico certificato e riconosciuto in sede legale in molti Stati Europei, tra cui l’Italia, ma sappiamo pure che prima di procedere all’abbattimento di un albero evoluto, adulto, è buona norma effettuare prove strumentali di staticità per verificare la consistenza del tessuto legnoso interno tramite apparecchiature tomografiche ad onde acustiche e/o prove di trazione (pulling test).

Inoltre: le valutazioni fitopatologiche, di stabilità degli alberi devono essere fatte dai dottori forestali piuttosto che dagli agronomi (le due categorie sono nel medesimo ordine professionale! E mai da periti agrari) dal momento che le materie dei rispettivi corsi di studio sono, francamente, molto, molto diverse.

Per quanto riguarda alberi giudicati a “fine vita”: in gergo forestale il significato di fine vita non riguarda, come per noi umani, l’essere arrivati naturalmente prossimi alla morte. Significa che loro -i dottori forestali- ne hanno deciso l’uccisione ad un tempo prestabilito. Lo chiamano “turno”, concetto che si applica nella selvicoltura commerciale.

In pratica, il turno è il numero di anni che devono trascorrere tra un taglio e l‘altro, perché il bosco possa ricresce quel tanto che possa dare profitto con nuova legna. Tutto questo non c'entra nulla con gli alberi di città, con quelli delle aree naturali protette, ove gli alberi e i boschi vanno lasciati alla loro evoluzione naturale.

E’ assurdo stabilire che gli alberi non hanno il diritto di vivere il loro tempo e vanno tagliati senza che possano mai diventare adulti, dopo un certo numero di anni, il turno appunto, deciso da loro.

Infine, a che serve aver studiato in una università, aver conseguito una laurea di dottore forestale, se poi ci si riduce a fare diagnosi necessariamente superficiali per motoseghisti?? Non serve una laurea per attivare motoseghe contro alberi di 20 o di 50 anni.

I dottori forestali dovrebbero fare cose molto più nobili: curare, accudire, tutelare (come fanno i medici per gli umani), rispettare gli alberi, e fare di tutto perché essi vivano e continuino a svolgere l’enormità delle funzioni positive per l’uomo e per l’ambiente.

Giovanni Damiani
Già Direttore di Anpa e Direttore tecnico di Arta Abruzzo
Presidente del G.U.F.I. (Gruppo Unitario per le Foreste Italiane, associazione nazionale)
facebook.com/giovanni.damiani.980
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