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Domenica, 23 Ago 2026

Nei miei ricordi, non mi pare di aver mai vissuto un periodo in cui le risorse, in generale, e quelle da destinare a scopi pubblici, in particolare, non fossero scarse e, come tali, stando a quel che ci insegnano gli economisti, necessariamente applicabili a usi alternativi, vale a dire che, se si decideva di impiegarle per un certo obiettivo, non c’era poi modo di reperirne di nuove per un obiettivo diverso.

In questi ultimi anni, se non m’inganno, la mancanza di risorse è andata facendosi sentire ancora di più, tanto da mettere in discussione persino la già magra, rispetto agli altri paesi europei, dotazione dei fondi del settore della ricerca, quello che a parole, ma meno nei fatti, tutti i governi dicono sempre di voler tenere fuori da ogni possibile misura restrittiva, in gergo i famigerati “tagli”.

Sta di fatto che l’attuale governo – che sappiamo guidato da un premier che ha esordito con le “gite scolastiche settimanali” – sembra essersi dato come priorità quella di portare in cattedra circa 150mila insegnanti precari, sicché ha bisogno di trovare 20 miliardi nella prossima legge di stabilità, di cui circa 1 e mezzo dovrebbe servire per le assunzioni.

Per procurarsi questi denari, com’è noto, si è pensato a un piano di spending review che coinvolge indistintamente tutti i ministeri, ai quali si chiede un risparmio del 3%. Per il Miur, euro più euro meno, significa un miliardo e mezzo. Di questa discreta sommetta, poco meno di un terzo, vale a dire 400milioni verrebbero tolti dalla ricerca.

Il piano universitario della ministra Giannini - che deve definire entro questo mese di ottobre i livelli essenziali delle prestazioni per il diritto allo studio, introdurre i costi standard negli atenei e specificare i finanziamenti delle singole università - non c’è ancora, ma anche qui, secondo anticipazioni della vigilia circa il contenuto del decreto ministeriale, si prevedono nuovi tagli alla ricerca.

Dal ministero si fa sapere che le bozze di decreto in circolazione non sono da prendere in considerazione, che il governo a tutto pensa tranne che a mortificare la ricerca, che rimane infatti in cima all’agenda politica dell’esecutivo, essendo viceversa lo stesso fermamente intenzionato a “liberare energie nuove e premiare il merito”.

Pare che, da ultimo, abbia fatto la sua comparsa, entrando prepotentemente in circolo, un altro neologismo importato dalla lingua inglese, ossia la quality review, che consentirebbe di fare miracoli.

Per fortuna non resta molto da aspettare. Ottobre ormai è arrivato e il governo dovrà finalmente scoprire le sue carte.

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