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Domenica, 03 Mag 2026

altEgualitaria ma parzialmente premiale, in quanto legata anche alla performance dei singoli atenei, la distribuzione dei fondi tra le università non cessa comunque di suscitare allarmi e polemiche.

Così è puntualmente accaduto anche lo scorso 6 giugno, allorché la ministra Stefania Giannini ha firmato appunto il decreto con i criteri di ripartizione del Fondo per il finanziamento ordinario (FFO).

Quest’anno il finanziamento del sistema universitario ammonta a quasi 7 miliardi, che saranno erogati agli atenei con largo anticipo.

Plus dat qui cito dat, si continua a ripetere dai romani ai giorni nostri, ma l’aulico e indiscusso principio stavolta non vale, perché di denari ne arriveranno meno del necessario e, quindi, la circostanza di riceverli prima non è motivo di soddisfazione.

Per la precisione, mancano all’appello 87 milioni, da arrotondare circa a 100 se si tiene conto anche delle somme stanziate per aumentare le borse di specializzazione medica. Dal 2009 a oggi, i tagli accumulati ammontano così a oltre 800 milioni.

Una “coperta decisamente troppo corta”, secondo il presidente della Crui, Stefano Paleari, che comunque sottolinea la validità della scelta di dar peso alla quota premiale e al cosiddetto costo standard, che tende a collegare la dote di ciascuna università al numero dei corsi di laurea attivati, al numero degli studenti e dei docenti e al rapporto tra gli uni e gli altri.

Qui in Europa ormai da oltre un lustro non è tempo di vacche grasse, ma se in Francia il finanziamento delle università raggiunge l’1% del Pil e in Germania lo 0,93, da noi è sceso allo 0,42. Un dato non solo in discesa, se si pensa che 6 anni fa era lo 0,49, ma anche un dato che, avendo carattere percentuale, già prima non significava la metà, in termini reali, del finanziamento francese o tedesco, visto che in assoluto il Pil di questi paesi è più elevato del nostro.

Dopo aver sottolineato che la disparità tra Nord e Sud della penisola va individuata nel diritto allo studio, il presidente Paleari insiste proprio sulla dotazione finanziaria degli atenei, rilevando come basterebbero appena 300 milioni in più per raddoppiare il numero dei ricercatori, aiutando così tutti i meritevoli. Fermo restando, aggiungiamo noi, che poi a questi giovani occorre anche dare una prospettiva di lavoro, senza farli partire per altri paesi, ai quali regaliamo le loro intelligenze.

Veramente una cifra contenuta, continua Paleari, se paragonata al costo della Buona Scuola, quantificato in 3 miliardi, e a quello derivante dalla recente sentenza della Consulta sulle pensioni.

“Perché quella del diritto allo studio, conclude Paleari, è la madre di tutte le battaglie: da qui passa l’unità incompiuta del Paese”.

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