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Lunedì, 27 Apr 2026

professori universitariDopo aver trattato della mobilità degli studenti, intendiamo qui esaminare il profilo del personale docente delle nostre università, secondo quanto emerge da un altro studio, curato da Laura Azzolina e Emmanuele Pavolini, sempre contenuto nel volume della Fondazione Res, pubblicato da Donzelli, intitolato Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud, a cura di Gianfranco Viesti.

Sul presupposto che il capitale umano sia fondamentale per il raggiungimento delle finalità dell’istituzione universitaria, la ricerca si è posta due obiettivi: da un lato, descrivere le caratteristiche del personale docente, distinguendo per macro-aree territoriali e tracciandone un quadro in ottica diacronica, così da verificarne il cambiamento e la sua direzione; dall’altro, analizzare gli effetti che possono derivare dall’uso di criteri di valutazione della ricerca che si vanno imponendo nell’accademia italiana, l’introduzione delle nuove forme di valutazione, incentivata dal Miur e soprattutto dall’Anvur, che è da ritenersi uno dei processi di trasformazione più rilevanti dei nostri atenei.

Dalla ricerca è emerso che - a prescindere dai processi che stanno cambiando l’organizzazione dell’università, i compiti e le mansioni dei docenti, oltre che i criteri di valutazione delle loro attività - negli ultimi quindici anni ad essere cambiate sono le caratteristiche strutturali del corpo docente e queste sono destinate a incidere notevolmente sul loro modo di operare e sulla natura e qualità del servizio offerto.

L’anno della svolta è stato, in particolare, il 2008, stante che a partire da quella data il sistema si è ridisegnato in peggio. A determinare tale stato di cose, nello specifico, è stata la concomitanza di una serie di eventi, tutti di segno negativo: dalla riduzione dei docenti (che ha peggiorato il rapporto con gli studenti) al loro invecchiamento, dalla riduzione dei dottorati alla crescita del numero dei collaboratori e alla loro precarizzazione, fino alla diminuzione del personale tecnico-amministrativo.

Quel che risalta con evidenza, però, è che queste trasformazioni si sono prodotte con intensità differente nelle diverse aree del paese, dando vita a un divario più complesso di quello tradizionale fra Nord e Sud. Si sta così, innanzitutto, configurando una linea di demarcazione che passa fra Nord e Centro-sud, piuttosto che fra Settentrione e Mezzogiorno; in secondo luogo, sulla base dell’analisi dell’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), si è verificato che “aree disciplinari differenti hanno seguito traiettorie diverse”. Sicché, in termini di partecipazione e di successo, in alcuni casi la distanza nei risultati dell’Asn stessa è particolarmente ampia fra Nord e Centro-sud, in altri è più contenuta. In terzo luogo, vi è un problema di risorse che nel Centro-sud, in particolare nel Mezzogiorno, che tende a diventare strutturale, quindi problematico.

Qui non solo i docenti sono più invecchiati, ma essi hanno prospettive più ridotte di scatti di carriera, con tutto ciò che ne consegue nel rapporto numerico studenti/docenti, ancorché il numero degli iscritti al Sud sia diminuito. Né si intravvede a breve termine la possibilità di un ricambio, essendo diminuito il numero dei posti di dottorato e dei dottori di ricerca.

Come se non bastasse, il confronto territoriale ha evidenziato, altresì, un elemento di ulteriore debolezza dei docenti del Centro-sud rispetto a quelli del Nord quanto ai profili di internazionalizzazione e pubblicazione in contesti selettivi e competitivi, che sono ormai diventati parametri di valutazione la cui importanza è andata via via crescendo.

Si tratta di un quadro che parla da solo, senza bisogno di commenti.

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