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Venerdì, 10 Apr 2026

Uscita in ginocchio dalla guerra e dopo venti anni di dittatura, l’Italia riuscì nel 1947-48 a darsi una Costituzione, a tutt’oggi ancora in gran parte vigente. Essa fu il risultato dell’incontro tra i seguaci delle tre ideologie che si erano opposte al regime, ossia l’ideologia marxista, quella liberale e quella cattolica. Al di là delle divisioni e degli steccati, si raggiunse allora, almeno tra i protagonisti più riflessivi, un idem sentire intorno a un minimo di progetto unificante, che poté realizzarsi grazie al “compromesso costituente”. Una “unità” che ”ha tenuto aperto un campo di aspettative di reciprocità nella gestione del durissimo conflitto politico” (Dogliani).

Ora, in disparte quella che conosciamo come Costituzione materiale, la Costituzione formale, tradita o inattuata che la si voglia apostrofare, è rimasta tale e quale fino all’avvento del terzo millennio, anche se dagli anni novanta del secolo scorso, con l’avvento della Seconda Repubblica, per il concorso di una serie di circostanze, anche internazionali, era iniziato un processo di suo progressivo sfaldamento.

In questi ultimi tre lustri, però, siamo entrati in una fase più convulsa, che stiamo ancora attraversando e che, con le sue alterne vicende, sembra non aver insegnato proprio niente alla nostra classe politica. Per usare una formula sintetica ma efficace, si è verificato il passaggio dalla lotta sulla Costituzione alla lotta per la Costituzione, scandita da tentativi di revisione costituzionale brutalmente effettuati in senso maggioritario, tutto il contrario di quel che occorrerebbe fare nella gestazione di una costituzione, che deve comunque essere la carta fondamentale di tutti. E non di una parte sola.

A parte i tentativi di revisione rimasti senza esito, il 2001 è stato l’anno di approvazione di due leggi costituzionali, la n. 1 e la n.3. Se per la prima, “Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione concernenti il numero di deputati e senatori in rappresentanza degli italiani all’estero”, non ci sono stati problemi, essendosi raggiunto in Parlamento il consenso necessario, non così è andata per la n.3, “Modifiche al titolo V della Parte seconda della Costituzione”. Questa legge, infatti, è stata la prima di revisione approvata a maggioranza inferiore ai due terzi, cioè solo dalla maggioranza di governo (di centrosinistra), e pertanto sottoposta a referendum, che si tenne il 7 ottobre 2001. Votò il 34,4 del corpo elettorale e i voti favorevoli alla legge costituzionale risultarono pari al 64,2 dei votanti. Il secondo tentativo di rivedere la Costituzione fu fatto invece da Berlusconi, che voleva introdurre la devolution, ma secondo i suoi oppositori il premierato assoluto. Anche in questo caso, non si raggiunse in Parlamento la richiesta maggioranza di due terzi e si andò al referendum, che si svolse il 25 e 26 giugno 2006 e il cui esito, questa volta, non confermò la linea del governo, respinta dal 61,29 dei voti validi.

Siamo arrivati così ai nostri giorni, con il terzo tentativo, da parte della maggioranza di turno, di “riscriversi” la Costituzione, a suo uso e consumo, ancora una volta il ricorso al referendum essendosi reso necessario per la mancanza dei numeri in Parlamento. Con l’aggravante, rispetto al passato, che quest’ultimo tentativo proviene da una classe politica eletta con una legge (il famigerato Porcellum) dichiarata incostituzionale dal giudice delle leggi, cioè dalla Corte costituzionale. Da non credere: eletta con una legge incostituzionale, questa politica si slancia addirittura a modificare, per di più in profondità, la nostra Costituzione.

Non so a voi, ma a me sembra un po’ troppo.

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