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Sabato, 31 Gen 2026

Domani, salvo ripensamenti, il governo dovrebbe approvare l’ipotesi di Testo Unico sul Pubblico Impiego, messo a punto dal dicastero affidato alla ministra Marianna Madia, che, prima di essere definitivamente licenziato dal Consiglio dei ministri ed approdare in Gazzetta, dovrà ottenere il placet della Conferenza Stato Regioni e delle competenti commissioni parlamentari.

Con l’emanazione, sempre da parte del governo, degli atti di indirizzo per ciascuno dei quattro nuovi comparti di contrattazione (Funzioni centrali, Funzioni locali, Istruzione e Ricerca, Sanità), non ci sarebbero più ostacoli formali per l’avvio presso l’Aran della trattativa dei contratti per i dipendenti pubblici, le cui buste paga, come noto, sono bloccate da 7 anni.

Ma diverse sono le difficoltà sostanziali che fanno presagire tempi tutt’altro che rapidi per il rinnovo relativo al triennio 2016-2018.

Innanzitutto, come abbiamo più volte sottolineato, mancano le risorse per assicurare la copertura finanziaria per l’ultimo anno (il 2018), un vuoto che potrà essere colmato solo con la prossima legge di stabilità, che il Parlamento approverà non prima di dicembre prossimo.

A rallentare la trattativa potrebbero essere, poi, alcune questioni che difficilmente il governo, presieduto da Paolo Gentiloni, riuscirà a risolvere con l’emanando Testo Unico. In primis, l’ormai annoso problema dei criteri di attribuzione del fondo per la produttività che non dovrebbe più essere attribuito a pioggia. L’ultimo tentativo è stato fatto nel 2009 dall’allora ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, con un decreto (n. 150/2009) che avrebbe dovuto negare il fondo al 25% dei lavoratori, con criteri tutt’altro che definiti.

Il risultato è stato che il decreto in parte qua è rimasto inapplicato. L’attuale governo, pur intenzionato a non farlo rivivere, non sembra riuscito ad escogitare un valido sistema alternativo, in grado di consentire una valutazione obiettiva delle prestazioni dei singoli lavoratori.

Così, con ogni probabilità, la vexata quaestio verrà girata all’Aran e ai sindacati che, in sede di trattativa, dovranno sbrogliare la matassa, con un solo vincolo governativo: quello di evitare erogazioni a pioggia del ridetto fondo di produttività.

Stessa sorte pilatesca potrebbe essere riservata ad altre tematiche di cui da diverse settimane si stanno occupando i media, come se fossero la causa di tutti i mali che affliggono il Paese: dalle visite di controllo a carico degli assenti per malattia, all’utilizzo dei permessi di cui alla legge 104, per assistere congiunti portatori di handicap grave. E salvo altre.

Non ci resta che pazientare. Tra poco più di 24 ore, il governo svelerà il suo piano “strategico” per riorganizzare il tanto vituperato Pubblico impiego e per chiarire, una volta per tutte, le modalità con le quali intende sanare la grave ed annosa piaga del precariato.

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