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Domenica, 08 Feb 2026

Il 2 marzo 2008 ci ha lasciato Agnese Piccirillo, in arte Seranis, fisica, scrittrice e femminista storica torinese. La ricordo con un frammento dal suo bel libro Il filo di un discorso, Eura Press, Milano, 1997.

Ma allora, soprattutto all’inizio, le difficoltà del formalismo matematico mi eccitavano e la sua padronanza mi rendeva orgogliosa di appartenere a quei pochi.

La matematica di Minkovski, il formalismo di Dirac, la trasformata di Fourier… Ma ciò che mi affascinava era il punto di arrivo: la generalizzazione dei concetti, l’astrazione che implicavano.

Anche le semplici quattro operazioni della mia infanzia persero la loro immediatezza intuitiva, ingenua, quando furono interpretate a mezzo degli operatori.

L’universo in cui penetravo era di cristallo trasparente. Non esisteva più chi comprava e chi vendeva e si dovevano calcolare costi, ricavi e guadagni. Tutto ciò restava laggiù, sulla terra, tra quelle migliaia e migliaia di formiche, mercanti che si agitavano. Io potevo passeggiare nei giardini dei cieli aristotelici, tra corpi eterni e incorruttibili.

Era questo che mi regalava la scienza, liberarmi dalla carne, trascenderla in un’esaltante spiritualizzazione.

Il microcosmo e il macrocosmo potevano riflettersi l’uno nell’altro, come medesimi, attraverso metafore suggerite da magici simboli. Provai persino disgusto per il mio corpo di donna che sanguinava mensilmente.

Provai ostilità per mia madre che quando ritornavo a casa mi rimproverava la mia poca cura nel vestire. Se fosse esistito un monastero dove ritirarmi, con il solo scopo della contemplazione, mi sarei ritirata là, mi dicevo nei periodi di particolare esaltazione.

Le donne sembravano legate alla terra, in una inevitabilità disperante. Perché le donne dovevano sentirsi così attratte dalla vita da consumarsi per la sua conservazione? Perché le donne dovevano sempre muoversi intorno a fuochi, a letti? Perché le donne dovevano cercare e creare calore? I vapori delle minestre appannano le leggi cristalline della fisica.

Perché non accade mai che occhi di donna si alzassero verso il cielo notturno e la vista di quel cielo producesse una svolta nella sua vita: mettere il bimbo nella culla, asciugarsi le mani, e andarsene verso l’ignoto a conoscere i cieli. Invidiai l’uomo che si era sollevato, che si era sottratto alle cucine.

Avrei potuto diventare una di loro? mi chiedevo dopo una lunga giornata di studio, sotto le coperte, prima di essere vinta dal sonno. L’universo della donna era davvero soltanto il proprio ventre? mi chiedo ora quasi riprendendo il filo dei miei pensieri di allora. Lì cominciava e lì finiva?

Tutto l’universo: galassie, cieli, pianeti, atomi e molecole, lei li avrebbe risucchiati nel proprio ventre, lei: la donna. Per rigenerarlo e ancora rigenerarlo in una instancabile e infinita ripetizione. Un’appartenenza materiale, di sangue e di carne, sembrava il desiderio femminile.

Avrebbe allattato l’universo, se le fosse stato chiesto, per la sua espansione. L’avrebbe attraversato come un giardino, se vi avesse trovato un viottolo. Per incantarsi. In realtà lei preferiva lasciare a ciò che la circondava la magicità dell’ignoto.

Forse, un giorno, si sarebbero conosciuti l’un l’altra attraverso una lente. Reciproca osmosi. Perché tanta fretta? L’universo sarebbe rimasto là fuori,a farsi contemplare: in eterno. Era di una tale bellezza il cielo notturno, nelle fredde sere invernali o nelle tiepide notti estive! E che quelle luci brillanti fossero stelle inesistenti, soltanto immagini trasportate da distanze incommensurabili, non cambiava nulla. Anzi, la donna non voleva neppure saperlo.

Agnese è morta a causa di una malattia degenerativa, a 66 anni. Il cielo stellato è quello che ha voluto vedere la notte in cui se ne è andata.

Sara Sesti
Matematica, ricercatrice in storia della scienza
Collabora con l'Università delle donne di Milano
facebook.com/scienziateneltempo/

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