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Mercoledì, 29 Apr 2026

di Roberto Tomei

I romani non ritenevano importante raccogliere proverbi, anche se non sono mancate eccezioni, costituite da autori di una certa fama, come, tra gli altri, Festo, Gellio, Macrobio e Isidoro.

Perciò, quando Cicerone e Quintiliano trattano, in singoli passi, dei proverbi, non fanno che ripetere considerazioni già fatte dai greci.

Se non c'è una tradizione paremiografica, ci sono invece  raccolte di massime e sentenze, come le Sententiae Varronis, altre falsamente attribuite a Seneca, i famosi Disticha Catonis, una silloge di sentenze in versi (anche questa non veramente redatta da Catone il Censore, ma che dalla sua opera trae ispirazione), di contenuto etico e che avevano il pregio di essere facilmente memorizzabili.

Ciò ne determinò la fortuna per tutto il Medioevo e fece sì che numerosi e in tutte le lingue europee fossero i commenti dedicati alla silloge. Importante il commento di Remigio di Auxerre. Notevoli le traduzioni in ambito francese, castigliano, milanese, nel volgare italiano di altre zone (come quella di Catenaccio Catenacci di Anagni), in tedesco,  medio-olandese,  inglese, slavo, greco e perfino in antico islandese.

Nel Medioevo abbiamo perciò un germogliare di florilegi e Libri proverbiorum,  ma con una differenza rispetto all'esperienza bizantina, ossia il minore interesse per la dimensione letteraria dei proverbi.

Questi non servono più anche  a spiegare i classici ma soltanto a insegnare espressioni e massime utili ad abbellire uno scritto. Nelle raccolte medievali tipica è la distribuzione tematica del materiale e una distribuzione in ordine alfabetico compare per la prima volta nel Liber proverbiorum falsamente attribuito a Beda e in quello di Otloh di Sant'Emerano (XI sec.).

La fonte principale è costituita dalle sentenze bibliche con l'aggiunta di massime derivate dai classici latini, ma senza spiegazioni né specifici rinvii a questi autori.

Se non c'è nel corso del Medioevo una paremiografia simile a quella bizantina, questa troverà comunque un erede nella nuova paremiografia dell'umanesimo, allorché torneranno in auge i due motivi della paremiografia antica: quello di insegnare massime per ornare gli scritti e quello di interpretare i classici.

Il trait d'union tra le due tradizioni è rappresentato dall'opera di Apostolio, accresciuta dal figlio Arsenio, ma va sottolineato che per tutto il XV secolo si pubblicano varie raccolte di Adagia, tra cui la più famosa è senz'altro quella di Erasmo, che supera le 4000 voci.

E' grazie a tali raccolte che lo spirito dell'antichità si diffonde in ambienti più vasti. Corredati di richiami ai classici, riemergono ora proverbi greci, che non erano noti ai florilegi mediolatini.

La "sapienza dei popoli" dall'antichità giunge così sino a noi attraverso due filoni fondamentali: la cultura mediolatina e le raccolte di Adagia umanistiche.

E' una storia lunga e articolata, nella quale, come avverte Renzo Tosi, non è sempre facile distinguere tra materiale "popolare" e momento dotto, onde cercare ostinatamente tale discrimine si rivela un falso problema, frutto di un pregiudizio romantico. I confini restano labili e ogni distinzione, agevole sul piano teorico, lo è molto meno su quello pratico.
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