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Giovedì, 20 Ago 2026

Nessuno che segua le vicissitudini dell’economia internazionale si stupirà nell’apprendere che la guerra commerciale fortissimamente voluta dall’amministrazione Trump, molto più che la Cina, che anzi ha visto crescere i suoi attivi, ha danneggiato l’Europa.

Gli ultimi a testimoniarlo sono gli economisti di Bankitalia, che hanno dedicato alcune pagine della Relazione annuale dell’Istituto alle vicissitudini del commercio internazionale, uscito piuttosto malamente dal 2019, senza sapere peraltro dell’abisso che lo attendeva in questo 2020.

La prima cosa che si nota dal grafico sopra (di sinistra) è il robusto crollo del commercio internazionale, cresciuto del 4,2% nel 2018, che ha registrato un progresso di appena l’1%. A tale rallentamento ha contribuito lo stato non entusiasmante delle relazioni sino-americane, ma probabilmente anche il rallentamento globale della produzione, cui certo non è estraneo il diradarsi della fiducia che solitamente si accompagna al diffondersi dei nervosismi.

Qualunque siano le ragioni, rimane il fatto che il commercio ha ristagnato e che il conto alla fine lo hanno pagato le importazioni di beni, che sono diminuite sia negli Usa che in Asia appena compensate dai un leggero aumento dello scambio dei servizi.

Il risultato visibile, ossia quello che possiamo leggere nella parte destra del grafico, mostra che si sono attenuati gli squilibri di parte corrente, ma solo perché è aumentato l’avanzo della Cina a fronte di una riduzione pressoché analoga delle eccedenze dell’Ue, che quindi ha pagato il prezzo più elevato insieme ai paesi esportatori di petrolio. Gli Usa hanno visto solo marginali miglioramenti della loro posizione.

Si capisce perciò perché i mercati abbiano festeggiato quando finalmente si arrivò a un primo accordo fra Usa e Cina. Le buone aspettative sono andate però deluse all’apparire della pandemia, che solo nel primo trimestre 2020 ha fatto crollare del 13% le esportazioni cinesi, con tutto ciò che questo comporta sulle catene commerciali internazionali. Il Fmi stima che il commercio nel 2020 si potrebbe contrarre di ben l’11%. E il prezzo per l’Europa potrebbe essere salatissimo.

Il settore turistico, che per l’Ue pesava il 7% dell’export di servizi, rischia di essere uno fra quelli più penalizzati, mentre fra i beni si ipotizza un calo delle importazioni di greggio e un allentarsi delle catene di fornitura più complesse, come quelle che riguardano l’auto e le produzioni tecnologiche, ossia quelle a maggior valore aggiunto. La qualcosa avrebbe effetti deleteri sulla crescita del prodotto.

Tuttavia, al di là di ciò che ci riserva il futuro, osservare il passato recente ci serve solo a comprendere che le guerre commerciali servono meno di quello che si pensa a chi le fa, e che non sempre penalizzano quelli verso cui si indirizzano. A volta chi sta in mezzo prende più schiaffi. Letteralmente.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

 

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