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Giovedì, 20 Ago 2026

Per apprezzare l’importanza dell’accordo raggiunto fra i paesi europei sui sussidi e i prestiti post Covid, bisogna partire da una semplice osservazione: la pandemia ha avuto un effetto devastante sulle contabilità pubbliche dell’eurozona. Per tutte le economie, non solo la nostra.

Partire da questa evidenza è un buon punto di osservazione che ci consente di capire perché questa crisi, alla fine, è stata semplicemente l’interruttore capace di accendere un processo di socializzazione fiscale semplicemente ineludibile. Chi abbia un minimo di sensibilità storica sarà arrivato a questa conclusione da tempo.

Mancava di sapere quando, ma i perché di questa evoluzione erano chiari da tempo. E poiché il contesto economico e finanziario globale favorisce per sua natura – ne scriviamo da anni e non il caso di ripetersi qui – l’insorgenza di crisi, l’Ue aveva due possibilità: o proseguire il suo progresso di integrazione, superando finalmente il tabù della condivisione fiscale, o intraprendere quello di disintegrazione. Quest’ultimo, evidentemente, a parte poche minoranze, vagamente dissociate dalla realtà non lo vuole nessuno.

Anche qui, basta un minimo di sensibilità storica. L’integrazione pacifica dell’Europa è un processo che non ha precedenti e solo per questo merita non solo di essere osservato, ma anche compreso, studiato e, dulcis in fundo, sostenuto. Almeno finché si dimostra capace di superare i suoi stessi limiti, che sono ampi e profondi, come è notorio.

Se torniamo all’apice del nostro discorso – la devastazione fiscale dell’eurozona - gli aggiornamenti ce li fornisce la Bce nel suo ultimo bollettino economico, che contiene, e non certo a caso, un approfondimento dedicato al notevole aumento di deficit e debiti pubblici che di fatto vanificano il lavoro di molti paesi, ad esempio la Germania, che erano persino riusciti a rispettare i target fiscali dopo anni di gestione prudente delle risorse.

La conseguenza è che non c’è più nessun paese che rispetta la regola del 3% del rapporto deficit/pil. E le previsioni indicano che questo scostamento non sarà rapido a riassorbirsi.

Come si può osservare dal grafico sopra, la Bce prevede che il nostro paese avrà ancora un deficit vicino al 6% del pil anche l’anno prossimo, dopo quello a doppia cifra previsto quest’anno che viene previsto come il più elevato dei paesi dell’area. Forse chi invita a farne ancora ci dovrebbe pensare. La tolleranza dei mercati non durerà per sempre e quando finirà la crisi sanitaria, perché finirà, sarebbe problematico trovarsi di fronte una crisi fiscale.

Questi andamenti ovviamente hanno un effetto diretto sui livelli di debito pubblico, riepilogati nel grafico sotto.

Tolti pochi paesi, con un debito pubblico storicamente basso, otto paesi supereranno la soglia del 100%, e paesi come la Germania, che erano riusciti a furia di cumulare per anni surplus fiscali ad abbattere il debito fino alla soglia del 60% prevista dai trattati, toneranno sopra.

In questa situazione si capisce perché la Bce esortava i paesi dell’area ad elaborare “una risposta vigorosa a livello europeo”. “E importante – sottolinea – che gli Stati membri dell’UE raggiungano un accordo tempestivo sull’energico impegno necessario per dare
sostegno alle proprie economie”. L’alternativa è che ognuno faccia da solo. E noi semplicemente rischiamo di non farcela.

Per fortuna la risposta – o almeno una risposta – è arrivata. Speriamo di avere buone orecchie per ascoltare.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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