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Venerdì, 13 Feb 2026

Poiché coltiviamo sempre più pensieri suggeriti dalle macchine e istantanei, e con gioia a quanto pare, è buona prassi diffondere fra il pubblico gli esiti meno conosciuti di tale approccio all’esistenza, pensato apposta per soddisfare la nostra inesausta voglia di certezze che cresce almeno quanto il nostro panico di fronte all’incerto.

Questa sorta di dipendenza viene curata con forti dosi di metadone statistico, nella forma di algoritmi sempre più sofisticati, come quello di recente presentato da Ocse, contemporaneo già dal nome: Doombot, che potremmo tradurre con qualche libertà come algoritmo dell’apocalisse.

In realtà, si tratta di un esperimento di machine learning, quindi un modello che in qualche modo apprende dai suoi stessi ruminamenti, che vengono alimentati di dati del passato nel tentativo di utilizzarli per costruire uno specchio attraverso il quale scrutare il futuro. Specchio delle mie brame, o dei timori, come preferite. Nulla di nuovo sotto il sole, solo un sovrappiù di complicazione che non arriva però a divenire complessità.

Senza voler essere ingenerosi, vale la pena riepilogare alcune caratteristiche di questo bot, che serve a capire come produciamo le nostre previsioni. Previsioni del passato, dovremmo dire, visto che alla fine emerge che Doombot avrebbe correttamente previsto la crisi del 2008, se ci fosse stato. Il che apre un discorso praticamente infinito sul senno di poi. Mentre quanto al futuro, quando fare previsioni diventa difficile come ricordava quel tale, dobbiamo accontentarci delle solite probabilità, che dicono tutto e niente, ma con indecisione.

Il punto però è ciò che segue. Poiché il bot avrebbe indovinato ciò che è successo, la probabilità che indovini ciò che succederà diventa improvvisamente più sostanziosa. La statistica è una forma di sofistica, a ben vedere, e le previsioni economiche, che formalmente si autodefiniscono come prudenti, forme popolari di gioco d’azzardo. Generatrici di profezie auto avveranti che fanno la fortuna di pochissimi e la rovina del resto degli altri.

Nel merito, il bot mette insieme alcuni dati che di solito si rivelano buoni segnali per l’avvicinarsi delle crisi. Dati che conosciamo bene, avendoli sfogliati su queste pagine per oltre un decennio: quindi dati sui mercati immobiliari, il costo del credito, i mercati finanziari e altre amenità. Dove volete che si annidi il rischio di una crisi?

Una volta compilato queste statistiche per i venti paesi Ocse, e avendo chiaro che le crisi ormai sono globali, essendo globale la realtà nella quale siamo inseriti, ecco il nostro cervello automatico tirar fuori i suoi numeretti, che si confrontano con altri numeretti che pressoché quotidianamente emergono dai tanti cervelli automatici che definiscono il nostro passato-presente-futuro.

Doombot, a ben vedere, è solo l’ultimo prodotto di una visione del mondo che schiaccia e oblitera il tempo, e quindi la realtà, sostituendolo con una falsa certezza spacciata per futuro incerto. E’ un problema culturale, più che economico. E il fatto che pochi se ne avvedano è un problema ancora più grave. Perché mano a mano che l’algoritmo impara ad affinare le sue profezie, noi disimpariamo a fidarci delle nostre. L’intelligenza artificiale forse un giorno sostituirà la nostra stupidità naturale, ma difficilmente sarà capace di prendere il posto della nostra naturale intelligenza. Sarebbe già un bel progresso se ricordassimo questa sottile differenza.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
Twitter @maitre_a_panZer
redazione@ilfoglietto.it

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