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Martedì, 25 Ago 2026

di Adriana Spera

Ancora una volta, abbiamo assistito allo spettacolo indecoroso di uno dei tanti "imprenditori morali" che impazzano in questo paese.

Gli "imprenditori" in questione sono quei politici o falsi intellettuali che, di volta in volta, indicano una categoria da blandire per ottenere consensi nella parte più becera.

Nel caso del ministro Brunetta, si tratta di coloro che, restii a pagare le tasse, si lavano la coscienza incolpando i dipendenti pubblici di tutti i mali del paese. Brunetta dimentica che ogni eletto rappresenta tutti i cittadini (anche chi non l'ha votato) e che, in quanto tale, ha il dovere di confrontarsi e di ascoltare ogni istanza, altrimenti, meglio restarsene a casa.

Tuttavia, la reazione dell'irascibile ministro non ci meraviglia: è coerente con la cultura dominante e trasversale, che non ammette dissensi o perplessità sulle soluzioni adottate, figuriamoci poi se si parla di proposte alternative avanzate per risolvere i problemi che affliggono il paese.

Il precariato, l'efficienza e la razionalizzazione della P.A. sono in testa. In questi anni, se l'avesse voluto, anziché fare demagogia, dando la caccia sui media, a fantomatici fannulloni, il ministro poteva chiudere, una volta per tutte, la piaga del precariato, emanando una nuova legge sulle stabilizzazioni, per poi tornare a bandire concorsi pubblici trasparenti, con commissioni serie, con prove selettive rigorose, che possano essere superate dai migliori e non da parenti, amici e conoscenti di qualche maggiorente.

Infine, avrebbe dovuto emanare un vero codice etico per dirigenti pubblici, per precludere ai parenti dei medesimi di partecipare a concorsi presso gli enti dove operano.

Se il ministro sapesse che la P.A. è il motore del paese, avrebbe fatto questo e molto altro.

Non è accaduto. E gli elettori di recente hanno sancito qual è la parte peggiore del paese.

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