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Mercoledì, 13 Mag 2026

Continuando, come avevamo anticipato la settimana scorsa, ad illustrare l’analisi della situazione dell’università fatta dal professor Gianfranco Viesti, passiamo ora a riassumere quali sono le sue proposte per ridare slancio e prospettive alla nostra istruzione superiore.

Considerato il silenzio assordante che in quest’ultimo decennio ha accompagnato tutti i provvedimenti dei governi relativi al sistema universitario, il Nostro non si stanca mai di ribadire che quello dell’università è un problema che riguarda tutto il paese. Di conseguenza, per affrontarlo e avviarlo a soluzione, occorre la mobilitazione di tutti, “investendo le non poche risorse disponibili ... e non limitandosi a mantenerle accumulate o a consumarle”.

Appare così indispensabile un grande sforzo di investimento da parte, innanzitutto, del sistema imprenditoriale, che questo farebbe anche nel suo interesse, aprendo le proprie porte ai giovani di elevata qualificazione, con tutto quel che ne conseguirebbe in termini di innovazione, nei prodotti e nell’organizzazione. Analogo sforzo andrebbe fatto però anche dallo Stato, attraverso corposi investimenti pubblici, non solo sfruttando le disponibilità di bilancio ma anche adoperandosi in sede europea per stabilire una “clausola degli investimenti” che li escluda dal calcolo del deficit.

Nello specifico, le risorse (molte più di quelle dedicate sinora) andrebbero impegnate, in primo luogo, sul diritto allo studio e sui servizi agli studenti, riportando la tassazione universitaria a un ruolo “ancillare” rispetto al finanziamento statale. Ci sono poi, oltre agli studenti, altri importanti “dimenticati”, ossia i giovani ricercatori. Anche qui occorrono urgenti investimenti per aprire quelle porte dell’università che finora sono rimaste sbarrate, negando loro certezze e costringendoli ad emigrare. Un recupero vero di questi studiosi non può che passare attraverso selezioni trasparenti, finora sostituite da “algoritmi tanto complicati quanto discorsivi”. Sembra che solo al Miur non si rendano conto di come vanno i concorsi e del modo di operare delle commissioni, ormai troppo spesso oggetto di pronunce della giustizia amministrativa.

Naturalmente, le risorse destinate all’università vanno spese bene. Per intenderci, se le discipline scientifiche meritano un particolare sforzo, questo non deve avvenire a scapito delle altre, egualmente fondamentali per il progresso del paese. In secondo luogo, l’investimento va distribuito in tutto il paese, costruendo integralmente il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) sul costo standard e abolendo la quota premiale. Infine, l’Anvur andrebbe privata del suo attuale, improprio ruolo di artefice di gran parte della politica della ricerca, riducendo le sue competenze a quelle di sostegno tecnico, ossia di produzione, analisi e valutazione dei dati utili per il decisore politico, dunque in funzione di governo del sistema. Affinché essa sia espressione della comunità degli studiosi, si dovrebbero, poi, modificare i criteri di selezione dei suoi componenti, anche attraverso meccanismi elettivi.

Quanto sopra illustrato dovrebbe, infine, inscriversi nell’ambito di una politica di lungo termine della ricerca, con chiare strategie di sviluppo volte innanzitutto a recuperare il sistema universitario delle regioni più deboli, incoraggiandolo a migliorare, con l’obiettivo di far crescere l’intero paese. A scanso di equivoci, Viesti così conclude: “Le riforme sono una cosa seria: quel che è stato fatto per l’università nell’ultimo decennio non lo è”.

2 - fine

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