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Domenica, 23 Ago 2026

Della storia d'Italia di Carlo Antoni, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2012, pp. 67, euro 9,00.

Recensione di Roberto Tomei

Di fronte a una disfatta, come quella della seconda guerra mondiale, è normale avvertire il bisogno di capirne le ragioni e di identificarne le cause.

Spesso queste vengono cercate in un arco temporale vicino, più raramente andando a scavare nel remoto corso della storia.

Tra coloro che hanno fatto quest'ultima opzione va sicuramente incluso Carlo Antoni nel saggio che qui si presenta, pubblicato clandestino  nel 1943 nei Quaderni del Movimento liberale italiano.

Pensato e scritto fra l'estate del 1943, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, e i primi mesi dell'occupazione tedesca di Roma, dopo l'8 settembre, il saggio echeggia, come sottolinea Giuseppe Galasso nella sua ampia introduzione, "molto di più l'incertezza, la problematicità, le confuse prospettive che non le radiose promesse e le speranze dell'orizzonte che si era aperto, con la caduta di Mussolini, al corso della storia italiana".

Inequivocabilmente negativo l'esame che Antoni fa della storia d'Italia.

A partire dal Comune, l'organismo politico tra i più originali della civiltà italiana, bollato come " singolare anacronismo della resurrezione dello stato di città classico", per continuare poi con la Signoria, considerata come il trionfo del puro machiavellismo, nella quale "invano la magnificenza cercò di compensare il vuoto delle anime sensuali e miserabili".

Da qui le premesse di un'Italia estranea alla modernità, senza i grandi slanci e le dure lotte che questa altrove aveva prodotto. Ancora alla vigilia del Risorgimento, il popolo italiano, ignorando le inquietudini tipiche dell'uomo moderno, si decide a insorgere "non già per impulso proprio, ma perché travolto dalle armate della Rivoluzione francese".

Nel lungo periodo, solo lo stato piemontese rappresenta un fattore di sviluppo dal punto di vista politico e sociale, ma neppure con la vittoria della prima guerra mondiale l'Italia riesce a riscattarsi. Anzi è proprio con la crisi postbellica che si fa largo l'Antirisorgimento, che pone le basi della dittatura fascista, "con la rovina economica, con la decadenza intellettuale, con la scomparsa delle forze vive dal mondo".

Da qui l'angosciosa domanda sulla capacità degli italiani di rialzarsi dopo cotanto disastro.

Acuito dall'eccezionalità e drammaticità delle circostanze in cui fu scritto, il saggio di Antoni, di chiara ascendenza salveminiana, dà - come dice Galasso - "eloquentemente conto del travaglio etico e politico" del suo autore. (Roberto Tomei)

 

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