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Lunedì, 09 Feb 2026

di Luca Marchetti

Sin dalla sua nascita, il Festival del Cinema di Roma ha dovuto scontrarsi con aspri pregiudizi e critiche feroci.

Dopo alcune edizioni tutt’altro che interessanti (durante il regno di GianLuigi Rondi), con eventi mediocri e selezioni dipendenti, l’arrivo di Marco Muller alla direzione artistica prometteva una forte svolta, alla ricerca di quell’anima indipendente che è sempre mancata alla kermesse capitolina.

Dopo un’edizione preparatoria, il direttore Muller ha dimostrato tutta la sua bravura confezionando un festival interessante, pieno di grandi film e appuntamenti imperdibili. Certo, non sono mancati i problemi come una disorganizzazione dilettantesca, ma oggi possiamo dire di essere stati, finalmente, partecipi di un vero Festival internazionale.

Il Concorso

Da sempre il concorso è stato il tallone d’Achille del Festival.  Anche quest’anno, nello stesso calderone sono stati finiti film mediocri e grandi pellicole, solo che il livello delle opere migliori era altissimo.

Le tre pellicole hollywoodiane presentate, sono risultate davvero splendide. E’ impossibile, infatti, non rimanere incantati di fronte al romantico Her di Spike Jonze, melò futuristico, nel quale Joaquin Phoenix si innamora della voce del suo sistema operativo (Scarlett Johansson, vincitrice del premio alla miglior attrice) o al commovente Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, dramma strappalacrime, dove è possibile assistere alle passionali performance di due irriconoscibili Matthew McConaughey e Jared Leto.

Notevole ma bistrattato da molti critici anche Out of the Furnace, opera seconda di Scott Cooper, film crepuscolare sulla provincia blue collar americana, con un cast stellare nel quale spicca il sempre ottimo Christian Bale.

Il gruppo italiano, invece, ha brillato di opere indipendenti che, pur con tutti i loro enormi difetti, hanno trasmesso sincero coraggio. I corpi estranei di Mirko Locatelli e Take Five di Guido Lombardi sono due pellicole piene di ingenuità e di debolezze ma comunque oneste, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Tir del documentarista Alberto Fasullo, con la sua coerenza anti-narrativa e la sua rigorosità stilistica, poi, si è dimostrata un’opera non facile, anche respingente, ma sicuramente ambiziosa. Non è un caso che abbia stregato il presidente James Gray  e ottenuto il massimo riconoscimento. Per il resto del concorso, eccetto il divertente Seventh Code di Kiyoshi Kurosawa (miglior regia), si è visto ben poco di interessante tra opere prime cilene e polpettoni portoghesi, che presto dimenticheremo tutti.

Il Fuori Concorso e Le Sezioni collaterali

Oltre a L’ultima ruota del carro, di cui abbiamo già parlato nella nostra ultima recensione, il Festival nelle sezioni collaterali ha regalato anche film degni del maggior interesse. Nel Fuori Concorso, monopolizzato dall’evento Hunger Games che ha attirato centinaia di adolescenti letteralmente scatenate, si sono alternate pellicole magnifiche come l’elettrizzante Snowpiercer di Joon–ho Bong ed opere sopravvalutate e arroganti (Las brujas de Zugarramurdi, La luna su Torino e Gods Behaving Badly).

Nella sezione CinemaXXI, la più cinefila e impegnata, ci siamo goduti Fear of Falling di Jonathan Demme, dimostrazione quasi matematica che, se si hanno ottimi attori e un testo di livello (in questo caso Ibsen), il Cinema è sempre possibile, in qualsiasi condizione.  Per completare, non dobbiamo dimenticarci dell’incontro con Hirokazu Koreeda, maestro giapponese che con il suo Like father, like son, giustamente premiato a Cannes lo scorso maggio, ha entusiasmato il pubblico romano.

Conclusione

Alla luce di tutto ciò, non possiamo che essere felici della strada che il Festival romano ha intrapreso, sperando che nei prossimi anni, sempre con l’aiuto di Marco Muller, l’Auditorium Parco della Musica sia percorso da grandi opere cinematografiche.

 

 

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