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Sabato, 23 Mag 2026

Discorso sulla servitù volontaria, di Etienne de La Boétie, prefazione di Paolo Flores d’Arcais, Editore Chiarelettere, Milano 2015, pp.74, euro 7,90.

Recensione di Roberto Tomei

E’ durante le guerre civili di religione - causate dal diffondersi del luteranesimo e che dividono la Francia del XVI secolo, insanguinandola col loro corredo di roghi ed esecuzioni capitali - che si svolge la breve ma intensa esistenza di Etienne de La Boétie: parlamentare a soli 23 anni, incaricato di una difficile missione di pacificazione, strenuo difensore della città di Bordeaux, ma noto soprattutto come “l’amico di Montaigne”.

Un’amicizia straordinaria, forse unica, che Montaigne celebrerà nei suoi “Saggi”, da egli stesso presentati come una cornice avente il quadro centrale proprio nel “Discorso”, anche se poi cambierà opinione, manifestando non poche riserve sull’importanza dell’opera del suo amico.

Scritto o rielaborato nel 1554, il Discorso viene pubblicato nel 1574, parzialmente e anonimo, col titolo “Contr’un”; solo nel 1576 uscirà integralmente e col nome dell’autore, per essere condannato poi, qualche anno dopo, nel 1579, al pubblico rogo.

L’invettiva di La Boètie sembra avere come bersaglio il Tiranno, ma in realtà si indirizza contro il potere (in tutte le sue possibili forme: la monarchia, l’aristocrazia ma anche l’eletto del popolo), ogniqualvolta esso si spinga fino a negare “l’eguale libertà di tutti e di ciascuno”.

La sua non è un’analisi dei meccanismi che giustificano il potere, ma un’indagine sul mistero per cui gli uomini, eliminando la loro libertà, permettono certe forme di potere. Queste, per l’autore, non sono possibili per la sapiente combinazione di assuefazione (la “coustume” che ci con-forma”), ignoranza, varie elargizioni (bordelli, taverne e sale da gioco) e miracoli (e di ogni altro “farsi scudo della religione”), ma  solo grazie alla testarda volontà di servire dei sudditi, perseguita fino alla devozione.

L’enigma di tale vocazione di massa ad alienare volontariamente il proprio potere viene svelato da La Boétie nell’esercizio di questo stesso potere su qualcun altro, dimenticando che,  proprio mentre diventa tiranno di un altro, ciascuno rafforza anche le proprie catene.

Al riguardo, Flores d’Arcais sottolinea che “nella stratificazione delle democrazie realmente esistenti le fasce dell’establishment trovano evidentemente compensazione più che appagante nella trinità di denaro-potere-successo. 

Il ciascuno della massa ne è invece escluso, checché sia riconosciuto solennemente nelle costituzioni. Precisando, più avanti, che “Perché vi sia individuo autentico, esistenza irripetibile, è perentorio che l’eguale libertà non scolori nel con-forme”.

Secondo Flores d’Arcais, poiché la servitù volontaria passa oggi soprattutto attraverso i media, non si può prescindere dall’ ”inventare e imporre istituzioni per l’informazione imparziale, oltre che plurale”, pur nella consapevolezza che “la farmacopea dei rimedi alla servitù volontaria … sarà sempre provvisoria, se mancherà la coerenza degli uomini".

Fa da prezioso, e quanto mai opportuno, corredo al testo di La Boétie un’appendice in cui sono raccolti un breve scritto di Paul d’Holbach, il “Saggio sull’arte di strisciare a uso dei cortigiani”, e un altro, ancor più breve, di Robert Musil, “Il lecchino”.

Si sa, infatti, che nelle due figure del cortigiano e del lecchino, l’umana servitù volontaria tocca le vette più alte, che non a tutti è dato raggiungere.

Meno male, aggiungiamo noi.

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