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Mercoledì, 10 Giu 2026

Il presente non basta. La lezione del latino di Ivano Dionigi, editore Mondadori, Milano, 2016, pp. 112, euro 16.

Recensione di Roberto Tomei

Come i nostri lettori ricorderanno, qualche settimana fa, su questo giornale, abbiamo “difeso” l’italiano da un inglese così debordante - in quanto, addirittura, proposto in una Facoltà scientifica, come lingua “esclusiva” dell’Università – da richiedere l’intervento della Corte costituzionale (sent. n.42/2017).

Oggi vogliamo, invece, provare a illustrare l’utilità del latino, ormai studiato sempre meno dai nostri giovani, visto che della attuale popolazione studentesca solo poco meno del 5% frequenta il liceo classico e al liceo scientifico sono in tanti, esercitando un’opzione concessa dal Ministero, a fare a meno della lingua di Seneca e Cicerone.

Immersi come siamo nella dimensione del “presente”, sono in tanti a essere persuasi che lo studio del latino non serva a niente, mentre c’è addirittura chi è convinto che l’inglese odierno sia il latino del XXI secolo. Niente di più sbagliato, ci spiega l’autore del libro. “Infatti l’inglese della finanza, della diplomazia e della scienza è lineare e non metamorfico: è veicolare e del latino non possiede né il capitale culturale, né quello storico, né quello simbolico; il latino, inoltre, è lingua composita, progettuale, strutturata con un prima, un durante e un poi. Il latino ha dominato facendosi adottare e calcare dalle impronte altrui; l’inglese sovranazionale odierno invece è stereotipato: dà impronte, senza riceverle”.

Dionigi ci spiega così che il latino evoca un lascito immenso: si scrive latino, ma si legge “italiano, storia, filosofia, sapere scientifico e umanistico, tradizione e ricchezza culturale”. Il latino è, dunque, un’eredità, ma che per essere posseduta va conquistata; non un patrimonio da custodire ma un capitale da far fruttare; non un feticcio da omaggiare ma un valore da vivere. Il latino non è solo la matrice dell’italiano ma anche il segno più significativo dell’Europa, in quanto tramite linguistico con Gerusalemme e Atene, avendo i Romani accettato di porsi “dopo” i Greci e gli Ebrei, trasmettendoci come nuovo ciò che per loro era antico.

Come “antenna sensibilissima” della cultura dell’Europa, il latino, secondo l’autore, ci aiuta, in particolare, a captare tre dimensioni ed esperienze fondamentali: 1) il primato della parola, che ci consente quell’ecologia linguistica che fa bene anche all’anima, come ben sa chi ha letto Seneca; 2) la centralità del tempo, che ci spinge a confrontare tradizione e innovazione, liberandoci dalla tirannia del presente; 3) la nobiltà della politica, in quanto lingua della res publica come cosa di tutti, che ci ricorda che l’uso più alto della virtus risiede nel governo della città.

Il latino, per la sua connaturale brevitas, si rivela peraltro particolarmente consonante con l’attuale linguaggio della comunicazione e può trovare in twitter un veicolo congeniale, un applicativo felice. Anzi, twitter non solo non risulta costrittivo per il latino, ma fin troppo capiente e addirittura prolisso, come ampiamente dimostrano tanti esempi tratti dalle antiche sententiae. E’ ovvio, comunque, che la sopravvivenza del latino è affidata soprattutto alla scuola, che deve considerarlo come “uno strumento, una chiave per capire più e meglio il proprio alfabeto linguistico e culturale”. Un latino in ogni caso da salvare, se necessario non facendolo studiare male a molti ma bene a pochi.

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