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Martedì, 13 Gen 2026

La mediocrazia di Alain Deneault, editore Neri Pozza, Vicenza, 2017, pp. 239, euro 18.

Recensione di Roberto Tomei

Da qualche tempo a questa parte, almeno tra i meno giovani, sono in tanti in Italia a lamentarsi della inadeguatezza della classe dirigente. Questo libro del filosofo canadese Alain Deneault ci spiega come siamo arrivati a questo punto e che il fenomeno è globale, anche se questo non ci consola poi tanto.

Secondo l’autore, è avvenuto tutto senza clamore, anzi senza che nessuno se ne accorgesse: “Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”.

Siamo così precipitati in piena mediocrazia, peraltro in ogni ambito della vita umana. Deneault lo documenta bene: dalla politica all’economia, al sistema dell’educazione, alla stessa vita sociale. Molto significative, a nostro parere, le pagine dedicate al trionfo della mediocrazia nell’università e nella ricerca, diventate nient’altro che “una componente del dispositivo industriale, finanziario e ideologico contemporaneo”. In altre parole, l’imprenditoria vede l’università trasmetterle il sapere più avanzato e il personale che essa richiede, e tutto ciò grazie al denaro pubblico. Certo, già Max Weber, un centinaio di anni fa, denunciava la “mediocrità” nella quale sprofondava l’università subordinando la propria organizzazione alle lusinghe di natura commerciale che sin da allora imperversavano, ma nemmeno il grande sociologo tedesco avrebbe mai potuto immaginare a che livello di sudditanza sarebbe giunta oggi l’università “nei confronti dei clienti che acquistano i cervelli da essa prodotti in serie”.

Secondo Deneault, che si rifà a Marx, all’origine della descritta situazione – che, ripetiamo, connota ormai ogni ambito della vita associata - sta la divisione e industrializzazione del lavoro, che ha abbondantemente contribuito all’avvento di un potere mediocre. Di tale industrializzazione del lavoro, sia manuale che intellettuale, è ora espressione ultima la “Corporate Religion”, quella religione d’impresa che pretende, nella nostra epoca, di unificare tutto sotto la sua egida. In certe parti del suo libro, Deneault ci va giù duro: “la mediocrazia non sopporta né i cialtroni né gli incompetenti. Bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l’espressione <alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza> e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient’altro”.

La religione d’impresa organizza il suo culto attraverso standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica, ecc, una strumentazione, tutta, grazie alla quale ”i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice”.

Non meno severa la rampogna di Deneault nei confronti della politica: per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare” il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma” e abbracciare nozioni feticcio quali “provvedimenti equilibrati”, “giusto centro” o “compromesso”. Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri. Ma così non c’è più la democrazia, poiché senza rendercene conto siamo scivolati verso un sistema, quello della governance, che tendiamo a confondere con la democrazia.

Si tratta allora, secondo l’autore, di rompere questo circolo perverso, partendo dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occupare quella funzione, non accettare quella promozione, rifiutare quel gesto di riconoscenza per non farsi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è semplice, ma forse vale la pena di tentare. L’auspicio è che comincino a farlo in tanti.

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