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Domenica, 23 Ago 2026

Con Flaiano e Fellini a via Veneto di Giovanni Russo, editore Rubbettino, Soveria Mannelli, 2017, pp.212, euro 14.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro racconta cinquant’anni di vita romana attraverso i ricordi di un osservatore/protagonista destinato a una grande carriera nel giornalismo italiano, iniziata al Mondo di Pannunzio e terminata, dopo diversi decenni, al Corriere della Sera.

Al centro di tante cronache e storie sta, come dice il titolo, via Veneto, l’attraente strada della Dolce Vita, simbolo per chi l’ha frequentata nell’epoca sua più gloriosa, cioè dagli anni Cinquanta fino alla metà dei Sessanta, “di una Roma che usciva dalla guerra e dalla fame, di un Paese che aveva la volontà di ricostruire e di godere dei piaceri della vita”.

La strada, come tutti sanno, già da tempo non è più quella di una volta e, come dice l’autore, “potrà veramente rinascere solo se ritornerà, senza forzature e pacchianerie, a essere un luogo piacevole per ritrovarsi e per tornare a sperare in un futuro migliore” … ”Non bisogna far nulla di straordinario. Basterebbe di nuovo riaprire i suoi caffè. A poco a poco gli uomini e le donne vi tornerebbero e gli stranieri improvvisamente si accorgerebbero che via Veneto è tornata a essere quella di prima”.

Il motivo per il quale a quel tempo via Veneto appariva una strada così straordinaria è individuato dall’autore nella presenza dei caffè in cui si ritrovava la società letteraria e cinematografica romana. Una vera e propria “costellazione”, che aveva in alto, verso gli archi di Porta Pinciana, il Bar Rosati e, di fronte, il Bar Strega. Gli altri due angoli della “costellazione” erano, in basso, costituiti dal Caffè Doney e dal Cafè de Paris, questi, come quelli, popolati da personaggi celebri e meno celebri, tutti animati dal “gusto di una vita sociale e culturale autentiche”, la cifra (forse) irripetibile di quel tempo che l’autore giustamente ricorda con nostalgia.

Altri luoghi della memoria ricordati da Russo sono il Caffè Rosati in piazza del Popolo e la Trattoria Cesaretto di via della Croce: nel primo ”sono nati amori e progetti televisivi, soggetti di film, inchieste giornalistiche, polemiche politiche. Rosati è stato fino agli anni della tv un luogo cosmopolita, un centro dei protagonisti del successo letterario e artistico e dei giovani che vi aspiravano”. I pittori che vi si radunavano erano al centro di un’attività artistica che rendeva Roma negli anni Cinquanta e Sessanta la città che faceva concorrenza a New York e Parigi: quello che pochi sanno è che erano gli artisti americani a venire a Roma a spiare e curiosare, dal famoso Rauschenberg a De Kooning. La seconda, la Trattoria Cesaretto, fondata nel 1889 e tuttora rimasta quasi identica, era anch’essa un ambiente familiare/cosmopolita. Rischiò di chiudere nel 1980 perché il proprietario delle mura aveva ottenuto lo sfratto, ma a salvarla intervenne una parte della cultura romana, che si recò dall’allora ministro dei Beni Culturali, Biasini, e riuscì a ottenere un vincolo che ne garantì la continuità. Mario Soldati scrisse un bellissimo elzeviro sul Corriere della Sera intitolato "Come Chez Maxim" e Cesaretto si salvò.

Del gran numero di personaggi che affollavano questi salotti all’aperto e laboratori di idee dà ampiamente conto l’indice dei nomi in calce al libro, opportunamente corredato anche di bellissime foto di Mario Dondero.

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