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Venerdì, 24 Apr 2026

Made in Italy di Luciano Ligabue, con Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Tobia De Angelis, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi, durata 104’, nelle sale dal 25 gennaio 2018, distribuito da Medusa Film.

Recensione di Luca Marchetti

Riko, nel cuore dell’Emilia, fa un lavoro un po’ disgraziato (impiegato in un salumificio industriale), ha un figlio che non ne vuole sapere di staccarsi dal nido famigliare ed è sposato da anni con la bella Sara che forse non lo ama più. Per andare avanti, gli restano solo le serate con gli amici di sempre e i ricordi di un passato scomparso, dove ancora si sognava di poter cambiare la vita e, perché no, l’intero Paese.

A vent’anni da Radiofreccia (e a sedici da Da zero a dieci, il suo ultimo film), il rocker Luciano Ligabue torna dietro la macchina da presa per raccontare le sue terre e l’esistenza dei suoi fratelli “minori”.

E’, infatti, evidente che Ligabue abbia sentito l’esigenza di ritornare a casa, riprendendo in mano il filo di quelle tante, splendide, storie padane evocate nei suoi primi dischi e nei suoi racconti (il bel libro Fuori e dentro il borgo), trasportate poi in immagine nel suo esordio-capolavoro Radiofreccia.

Come nei libri di Mario Soldati, Luigi Meneghello o Cesare Pavese, la Provincia di Ligabue, con la sua apatia sorniona e il suo colorato “disagio di vivere”, era lo sfondo perfetto del racconto di esistenze irrequiete e di vertiginosi sogni di rock‘n’roll. La carriera del cantante, poi, l’ha portato verso altri lidi, verso altre ambizioni. E’ quasi romantico (comprensibile) che alla soglia dei sessant’anni, con Made in Italy, Ligabue abbia deciso di tornare a casa.

Anche adesso, come nel 1998, il cantante-regista si affida a Stefano Accorsi, perfetto alter-ego, che con i suoi capelli pieni di gelatina, i suoi orecchini e le sue camicie sgargianti, sembra il figlio (o fratello) del suo personaggio di Radiofreccia. Non era possibile, per Ligabue, guardare lo sfascio della sua terra con altri occhi. Riko-Accorsi, insieme alla sua stanca ma affiatata banda di amici (magnifici Fausto Maria Sciarappa e Walter Leonardi) e con una compagna (Kasia Smutniak) con cui c’è ancora tutto da costruire, diventa il nostro Virgilio tra depressioni proletarie e disinteresse giovanile, tra rabbie represse generazionali e bellezze sprecate. Eroe proletario stropicciato, Riko non solo è l’ideale del miglior uomo medio italiano (colpito ma sempre coraggioso e pieno di speranza) ma la sintesi del pensiero morale e politico di Ligabue.

Il regista, a differenza di molti suoi colleghi musicisti, anche perché consapevole di una forza narrativa (almeno un tempo) evocativa, ha sempre creduto di poter essere il narratore perfetto della nostra (la sua) Italia contemporanea. Il fil rouge dei dischi e dei progetti prodotti negli ultimi anni segue quest’ambizione narrativa. Purtroppo, Ligabue è un artista che, con il passare degli anni, si è innamorato troppo delle sue idee e delle sue parole, non trovando più il giusto equilibrio tra retorica ed emozione.

Al di là dell’inoffensiva confusione della trama, Made in Italy è un film che indugia troppo nelle frasi fatte e altisonanti, nelle scene forti costruite, nei messaggi etici esibiti. Anche se la buona volontà del progetto è chiara, il lavoro di Ligabue si perde dentro meccanismi troppo ragionati, quasi insensibili. In questo modo, la scelta di usare le avventure di Riko come sineddoche dell’italiano-2018 si dimostra un po’ pesante, lasciandoci l’immagine di una Provincia, e di un’Italia, splendidamente coraggiosa ma anche ingenuamente posticcia.

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Critico cinematografico

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