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Mercoledì, 22 Apr 2026

Dogman di Matteo Garrone, con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Calabria, Gianluca Gobbi, durata 102’, nelle sale dal 17 maggio, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Ispirato molto liberamente da uno dei più efferati e mitici fatti di cronaca nera della storia italiana recente (magistralmente analizzato dal compianto Vincenzo Cerami nel suo Fattacci), Dogman cerca di rielaborare in un racconto poetico la triste vicenda di Pietro De Negri, il canaro della Magliana.

Garrone parte sempre dal nero che invade la società italiana e le sue storie per narrare una piccola vicenda diversa da quelle del suo Cinema disperato e ossessivo.

La storia di Marcello, dolce toelettatore per cani che, in un anonima e terribile periferia urbana, lavora ogni giorno con passione e dedizione, tra i suoi amati cani e per la sua adorata figlia. La sua esistenza si regge sulla tranquilla monotonia di chi si accontenta, felice, delle briciole, di piccoli attimi di serenità e di flash di effimero benessere.

Marcello in un ambiente, sempre in equilibrio tra piccola delinquenza e lavoro onesto, tra il degrado più umiliante e lo splendore dei tramonti sul mare, non è vittima né carnefice. E’ un piccolo uomo che vive, orgoglioso e soddisfatto della sua esistenza minima. In questo scenario, la figura di Simoncino, terribile bullo di quartiere, mostro che si aggira tra le vie, affamato di cocaina e di violenza, non è una variabile impazzita ma un elemento comune con cui scendere a compromessi e fare i conti.

Marcello sa bene, infatti, che per ogni cane che gli farà le feste, ci sarà sempre uno schiaffo o un pugno che lo butterà per terra. Marcello è consapevole che per ogni gita in barca con sua figlia, Simoncino potrà coinvolgerlo a forza in qualche storiaccia dagli esiti imprevedibili. E’ l’ordine naturale che comanda la vita di chi si trova ai margini, di chi (soprav)vive ai bordi degli scintillanti palcoscenici dei centri storici e dei quartieri bene. Basta conoscerlo, accettarlo e sapersi accontentare.

Garrone, a differenza di gran parte del cinema “antropologico” italiano, fatto da quei cineasti “borghesi” pronti a uscire dai loro attici centrali per mostrare periferie posticce di drammi orchestrati e squallori costruiti, sa ritrarre i non-luoghi della vicenda con uno sguardo incredibilmente laico, mettendo da parte tutti i suoi vezzi e le sue ossessioni da autore affermato. Egli non giudica e non fa metafore, non ci sbatte in faccia pretenziose letture socio-politiche e non si arrovella dietro esagerate messe in scena, riuscendo a rimanere ancorato alla leggerezza tragica della sua vicenda, trovando nel meraviglioso Marcello Fonte il pilastro su cui costruire.

Forse la fortuna di questo Dogman, l’elemento che la rende, davvero, l’opera più matura di Garrone, è la straordinaria performance del suo (non) protagonista.

Premiato giustamente dalla giuria di Cannes, Fonte sembra uscito da un’opera di Pasolini o di qualche maestro del Neorealismo, con la capacità di trasformare la sua umanità sincera e il suo senso dell’onore (lo stesso che lo ha fatto vivere tranquillo per anni e che lo porterà a scelte estreme e sempre coerenti) in Cinema. Alla fine, sono il suo sguardo ferito e il suo desiderio di riavere indietro, solo, la sua vita tranquilla, le cose che ci restano, legandoci indissolubilmente a lui.

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Critico cinematografico

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