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Giovedì, 23 Lug 2026

End of Justice: Nessuno è innocente, di Dan Gilroy, con Denzel Washington, Colin Farrell, Shelley Hennig, Carmen Ejogo, Nazneen Contractor, Tony Plana, Niles Fitch, durata 122’, nelle sale dal 31 maggio, distribuito da Warner Bros.

Recensione di Luca Marchetti

Proveniente da una famiglia di scrittori e artisti (il padre Frank Premio Pulitzer, il fratello Tony acclamato regista e sceneggiatore), Dan Gilroy aveva già dimostrato di saper realizzare un’opera originale e audace con il suo film d’esordio Lo sciacallo – Nightcrawler. Con un Jake Gyllenhaal particolarmente ispirato nei panni di un esaltato e “mostruoso” reporter d’assalto fai-da-te, Gilroy raccontava una storia di ossessione e di cinismo, in una Los Angeles notturna e crudele.

Per il suo secondo film, il regista californiano si muove sempre tra le vie degradate e affascinanti della Città degli angeli, scegliendo, ancora una volta, di raccontare la vicenda “eroica” di un personaggio esaltato ed esaltante, sogno proibito di ogni attore.

End of Justice: Nessuno è innocente, infatti, segue le giornate lavorative e la lotta professionale di Roman J. Israel, avvocato scalcinato e ostinato, con un orgoglioso passato nelle rivendicazioni dei diritti civili e con un futuro terribilmente in bilico. Onesto e orgoglioso fino al patetico, Roman con il suo Ipod pieno di Jazz e la sua capigliatura afro, è interpretato da un perfetto Denzel Washington, non a caso nominato agli Oscar per questa prova.

Come è capitato nel suo film precedente, Gilroy sa di avere per le mani il binomio perfetto attore-personaggio. E’ per questo che End of Justice vive totalmente della presenza e del carisma del suo enorme protagonista che si diverte continuamente a lavorare sopra le righe per sfruttare al massimo tutte le potenzialità di un ruolo scritto appositamente su di lui e sulle sue doti.

A confronto con la sua performance totalizzante, le prove degli altri comprimari (Carmen Ejogo e un misurato e calibrato Colin Farrell) sono schiacciate e messe da parte. Tutto per permettere a Washington di brillare sul palcoscenico. Non importa che, imbolsito e troppo interessato a riempire la sua prova di dettagli divertenti ma inutili, l’attore si dimentichi di dare al suo Roman una struttura umana coerente ed empatica. Il risultato è solo un autoreferenziale sfoggio di bravura recitativa, aiutato dalla scrittura di Gilroy, che rimane vivo solo il tempo della visione.

La presenza ingombrante di Washington, in definitiva, arriva anche ad oscurare la (flebile) critica socio-politica di cui è pervaso il film. Come Nightcrawler era un attacco alla deriva sensazionalista e cinica dei nuovi media e della televisione, End of Justice ha la sana presunzione di parlare del sistema giudiziario americano, fatto da corruzione carceraria, razzismo legislativo e burocrazia elitaria.

Purtroppo, il risvolto politico è schiacciato e svilito dalle scelte autoriali di un cineasta che, pur capace di grandi intuizioni visive e di una sensibilità cinematografica invidiabile, lascia il suo film nelle mani di Denzel Washington, accomodandosi dietro al suo protagonista.

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Critico cinematografico

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