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Martedì, 24 Feb 2026

Lo scorso maggio ha fatto molto scalpore la decisa presa di posizione di Thierry Frémaux, delegato generale del Festival di Cannes, contro le pellicole distribuite da piattaforme di cinema on demand (Netflix su tutte, per intenderci). Forte anche delle leggi francesi che ordinano il Sistema Cinema, Frémaux ha imposto un “diktat”, escludendo dal Festival le pellicole senza una distribuzione adeguata nelle sale.

La decisione, oltre a irritare molto i vertici di Netflix (che ha ritirato immediatamente le sue pellicole nelle sezioni collaterali e non competitive), secondo molti addetti ai lavori, è arrivata a colpire anche il livello qualitativo della selezione che, mai come quest’anno, è stata considerata dalla critica come “debole” e “poco attraente”. Ovviamente, a giovarsi del grande rifiuto di Cannes ci ha pensato il Festival di Venezia che, già da qualche edizione, ha avviato una fruttifera collaborazione con il colosso americano.

Il direttore Alberto Barbera non solo ha voluto selezionare nel concorso ufficiale alcune delle loro produzioni, opere attesissime come gli ultimi film dei fratelli Coen, di Paul Greengrass e di Alfonso Cuaron, ma è riuscito a mettere le mani anche sull’incredibile The Other Side of The Wind, il leggendario film incompiuto di Orson Welles, completato quest’anno (dietro gli appunti dello stesso autore di Quarto Potere) grazie proprio all’impegno economico di Netflix.

Nonostante questa calorosa accoglienza ufficiale, rivendicata con orgoglio dallo stesso comitato di selezione, all’inizio del Festival veneziano molti tra gli addetti ai lavori hanno storto il naso, soprattutto di fronte alla grande eco ricevuta da Sulla mia pelle, il film sul caso Cucchi con Alessandro Borghi e Jasmine Trinca. L’opera di Alessio Cremonini, già “uscita” sui piccoli schermi degli abbonati Netflix, ieri 12 settembre, ha scosso fortemente l’opinione pubblica (con gli immancabili interventi seccati di sindacati di polizia e ministri degli interni) e riacceso i riflettori sulla questione “distribuzione”. Solo l’impegno del produttore di far passare il film anche per poche sale scelte e l’arrivo al Lido di nuove star, nuovi film e nuove polemiche hanno rimesso il Festival sui giusti canali.

Eccetto la polemica internazionale sulla minima presenza di registe donne in corsa per il Leone d’oro, “arricchita” con il triste episodio occorso alla regista Jennifer Kent, l’unica autrice in concorso con il suo The Nightinale (un giovane blogger italiano le ha gridato un disgustoso insulto sessista, creando un serio motivo d’imbarazzo mondiale per l’organizzazione e costringendo il festival a intervenire subito), la 75° Mostra del Cinema sembrava esaurirsi nel migliore dei modi, tra complimenti ai film e grandi divi sul red carpet (una su tutte Lady Gaga protagonista assoluta del blockbuster A Star is Born), fino alla sera della premiazione quando “il Mostro Netflix” è tornato sulla scena nel migliore dei modi: vincendo il Leone d’Oro.

Acclamata dalla critica e probabile front runner ai prossimi Oscar, ROMA di Alfonso Cuaron, opera semi-autobiografica sull’infanzia del cineasta messicano, ha vinto all’unanimità il massimo riconoscimento segnando uno straordinario precedente: per la prima volta un film non pensato per la distribuzione in sala vince un festival storico. La sua vittoria, al di là dei meriti artistici riconosciuti da tutti, ha ovviamente fatto esplodere l’ira di autori ed esercenti italiani che, all’indomani dell’assegnazione del Leone, si sono esposti con un comunicato furente, definendo “iniquo che il marchio della Biennale sia veicolo di marketing della piattaforma NETFLIX” e definendo ingiusto che il film vincitore del Leone sia “esclusività dei soli abbonati della piattaforma americana”.

Molti si sono spesi in difesa del Festival, rispondendo che l’obiettivo di una Mostra di Cinema è proprio quello di mostrare opere (d’arte) cinematografiche e ricordando lo sfortunato caso di The Woman Who Left di Lav Diaz, Leone d’oro 2016, ancora inedito nelle sale italiane.

Se in quel caso non si è parlato di spettatori privati del loro diritto di vedere il film vincitore, perché insistere oggi, quando il film di Cuaron avrà la possibilità concreta di essere visto da milioni di spettatori?

E’ ovvio che la visione in sala, su uno schermo cinematografico, sia impossibile da paragonare con altre esperienze di visione, soprattutto grazie alle centinaia di operatori che si impegnano con dedizione a far sopravvivere cinema e distribuzioni. Quante sono, però, le sale che forniscono servizi scadenti, disinteressandosi del pubblico? La colpa di tutto questo è di Netflix o di una miopia culturale degli enti governativi? E, soprattutto, vedere i film in altri formati è davvero la Morte del Cinema? Sinceramente queste sono domande, retoriche per noi, che lasciamo ai polemisti di professione.

Noi ci accontentiamo di goderci i film.

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Critico cinematografico

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