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Giovedì, 20 Ago 2026

L’ultimo Outlook diffuso dall’Ocse, al di là delle numerose ed interessanti analisi economiche, ci consente di tratteggiare uno scenario politico a venire non proprio incoraggiante, relativamente almeno alla composizione di molte società nei prossimi anni.

In breve, la crisi provocata dal Covid è la terza in vent’anni che colpisce duramente i ceti deboli. Con l’aggravante che questa volta non solo queste persone saranno penalizzate in termini di reddito e ricchezza, ma soprattutto pagheranno un prezzo elevatissimo in termini di istruzione, ossia uno dei pochi canali di mobilità sociale capace – almeno in teoria – di affrancarle da una situazione di svantaggio socio-economico.

Tutto ciò non può che sollevare interrogativi – proporre risposte sarebbe quantomeno velleitario – circa la fisionomia delle nostre società in futuro, dove non solo sembra emergere un forte dualismo fra benestanti e poco abbienti, con un crescente assottigliamento del cuscinetto rappresentato dal ceto medio, ma soprattutto si nota una presenza crescente dello stato nelle diverse articolazioni sociali.

Anche su questo, la pandemia ha avuto l’effetto accelerare un incendio già in corso. La crisi, infatti, ha sviluppato all’estremo una tendenza già palese da anni, che oggi si manifesta nell’esplosione dei debiti pubblici, ritenuti inevitabili e necessari, proprio per provare a garantire a questi ceti deboli il sostegno di cui hanno bisogno.

Sennonché il rimedio rischia di essere peggiore del male. Educare milioni di persone all’assistenza statale rischia di produrre non solo un’abitudine perniciosa – e costosa – ma anche di favorire derive paternalistiche che molto facilmente possono diventare autoritarie. Quando ci si abitua a delegare tutto allo stato, il rischio che nulla sia fuori dallo stato cresce esponenzialmente. E senza bisogno di ricordare i totalitarismi del passato, oggi è il modello cinese che si rischia di importare senza neanche rendersene conto.

Se usciamo dalla visione politica e torniamo a quella economica, le osservazioni di Ocse confermano che il peggio (non) è passato. O meglio, che si intravede qualche spiraglio di miglioramento, ma che ancora troppe incertezze infragiliscono la tenue ripresa che si prepara per i prossimi due anni, che a stento compenseranno – e forse neanche – i danni di questo terribile 2020.

A parte che per la Cina, come si può notare dal grafico sopra. Col che incoraggiandosi l’idea che sia quello il modello vincente. Non solo relativamente alla gestione della pandemia. Ma anche del nostro vivere in comune.

Le previsioni Ocse mostrano con chiarezza chi sono, e soprattutto saranno, i perdenti di questa crisi. Dal lato delle imprese, quelle più piccole e più giovani.

Dal lato dell’occupazione, i lavoratori meno professionalizzati e quindi già al fondo della classifica dei redditi, con l’aggravante che molti di loro sono anche giovani.

Purtroppo, i vari lockdown hanno aggiunto una ulteriore fragilità a un quadro già debole. La chiusura delle scuole, infatti, ha gravemente penalizzato quello meno dotate di mezzi, e di conseguenza gli studenti – in gran parte poveri di mezzi anch’essi – che le frequentavano, che poi sono gli stessi che già avevano prestazioni più basse nel rendimento.

Questo limitare ulteriormente possibilità già scarse rischia di cristallizzare una situazione sociale dove alla diseguaglianza del reddito si aggiunga, peggiorata, anche quella delle opportunità. Con lo stato a elargire sussidi compensatori.

Non è il peggiore dei mondi possibili, probabilmente. In quello non ci sarebbero neanche i sussidi. Ma di sicuro non è neanche il migliore.

Sgroi foto nuovaMaurizio Sgroi

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giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer

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