21. 05. 2022 Ultimo Aggiornamento 18. 05. 2022

La Dieta Mediterranea. Un'altra occasione persa

Categoria: Il Foglietto

La Dieta Mediterranea. Questa sconosciuta, di Vito Amendolara, con prefazione di Michele Mirabella – 2021 – FrancoAngeli editore – pp.151, euro 22,00.

La Dieta Mediterranea iscritta il 16 novembre 2010 nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dal Comitato Intergovernativo della relativa Convenzione Unesco – che ha accolto così la candidatura transnazionale di Italia, Spagna, Grecia e Marocco, riconoscimento poi esteso nel 2013 anche a Cipro, Croazia e Portogallo – nel nostro paese ha poi seguito un destino analogo ad altri importanti riconoscimenti ottenuti dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, ossia l'oblìo.

Basti pensare allo stato in cui versano molti dei 58 siti riconosciuti in Italia dall'Unesco (siamo il paese che ne detiene il maggior numero) come patrimonio mondiale; ad esempio, il centro storico di Roma con le sue superfetazioni, o allo stato in cui si presentavano fino a qualche anno fa le aree archeologiche di Pompei ed Ercolano o la Reggia di Caserta, per non parlare del fenomeno dell'abusivismo edilizio nella valle dei templi di Agrigento o di chi voleva aprire una discarica accanto alla Villa di Adriano a Tivoli.

E sì perché, che si tratti di patrimonio materiale o immateriale, appena ottenuto il riconoscimento nel nostro paese non si passa mai a porre in essere azioni che possano valorizzarlo, azioni che generino un volano economico ambientalmente sostenibile.

Quanto alla Dieta Mediterranea, essa non ha avuto miglior sorte, tanto per fare degli esempi, l'arte dei muretti a secco o la transumanza o altri elementi italiani (sono ben 15!) iscritti nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale immateriale.

Scrive il nostro autore Vito Amendolara: “un giorno ci sarà la grande domanda:come è stato utilizzato il dono del riconoscimento alla luce della prescrizione che c'è stata fornita ovvero:”... esaltate i valori immateriali, migliorateli e trasmetteteli alle future generazioni”? Noi finora li abbiamo soltanto esaltati – e certamente era necessario farlo ma è arrivato il momento che quei valori vengano trasformati in strumenti operativi ovvero passare dall'immaterialità alla materialità”.

Amendolara, nella sua breve esperienza da assessore alle politiche agricole della Regione Campania, ci ha provato. Infatti, si adoperò affinché fosse varata una Legge regionale sulla Dieta Mediterranea (ad oggi l'unica, né esiste una legge nazionale) e per porre in essere azioni concrete, quali la costituzione di un'Osservatorio e la redazione di un'apposita Prassi di Riferimento la UNI/PdR 25:2016.

Quest’ultima, in particolare, rappresenta un vero e proprio Manifesto programmatico che, se venisse attuato, renderebbe pienamente operativo quel riconoscimento di pratiche tradizionali, di conoscenze e abilità che sono state tramandate di generazione in generazione nei secoli in molti dei paesi affacciati sul Mediterraneo. Un patrimonio culturale legato al cibo che ha dato alle comunità un senso di appartenenza e di continuità ma, al contempo, di solidarietà, di accoglienza, di benessere fisico e materiale, che ha permeato, con le sue colture, il paesaggio.

Insomma, la denominazione “Dieta Mediterranea” ci depista perché, come ha scritto l'Unesco nel suo riconoscimento: “La Dieta Mediterranea costituisce un insieme di abilità, conoscenze, pratiche e tradizioni che spaziano dal paesaggio alla tavola, che comprendono le coltivazioni, il raccolto, la pesca, la conservazione, lavorazione, la preparazione e, in particolare, il consumo degli alimenti. La Dieta Mediterranea è caratterizzata da un modello nutrizionale che è rimasto costante nel tempo e nello spazio... riguarda più che i semplici alimenti. Essa promuove l’interazione sociale, dal momento che i pasti comuni rappresentano la pietra angolare delle usanze sociali e degli eventi festivi. Essa ha dato origine a un considerevole corpo di conoscenze, canzoni, massime, racconti e leggende. Si tratta di un sistema radicato nel rispetto per il territorio e la biodiversità, e garantisce la conservazione e lo sviluppo delle attività tradizionali e artigianali legate alla pesca e all’agricoltura nelle comunità mediterranee... Le donne rivestono un ruolo particolarmente vitale nella trasmissione delle competenze, nonché della conoscenza di rituali, gesti e celebrazioni tradizionali, e nella salvaguardia delle tecniche”.

In definitiva, la Dieta Mediterranea non è solo un regime alimentare ma un modello culturale che nel corso dei secoli ha favorito il dialogo tra popolazioni di culture, tradizioni e religioni diverse.

A scoprire l'importanza di questo insieme di pratiche e tradizioni alimentari e a coniare il termine “dieta mediterranea” (dieta, dal greco diaìta che significa stile di vita) furono gli scienziati americani Ancel e Margaret Keys che, fin dagli anni '50, condussero delle ricerche epidemiologiche sulle popolazioni del sud Italia e si resero conto che esse difficilmente venivano colpite da malattie cardiovascolari, erano longeve grazie a una dieta basata prevalentemente su pane, pasta, frutta e verdura, olio d'oliva e vino.

Il nostro autore ripercorre, tappa dopo tappa, l'evoluzione degli studi dei Keys.

Oggi la Dieta Mediterranea potrebbe essere un veicolo per raggiungere l'agognato traguardo di quello sviluppo sostenibile e per tutelare la salute previsto dai programmi di organismi internazionali quali Fao, Unesco, Oms, nonché dall’Agenda ONU 2030 e dalla strategia Farm to Fork dell'Ue (che ha anticipato il Green Deal) per ridurre l'impatto su ambiente e clima della produzione agroalimentare e che si prefissa, tra l'altro, il raggiungimento di una quota di produzione di alimenti biologici pari ad almeno il 25%, un 10% di aree destinate alla preservazione della biodiversità e il dimezzamento dell'uso di pesticidi.

Ma non basta, essa rappresenta un modo per avere alimenti di qualità, prodotti tracciabili e a km0, per garantire la biodiversità, accessibili a tutti. Un modello che parte dal locale ma potrebbe avere ripercussioni benefiche su scala globale, che, se valorizzato con politiche adeguate, potrebbe dare un grande impulso alla nostra economia ed, al contempo, avere benefiche ripercussioni sulla salute dei cittadini che, come ha dimostrato l'epidemia di Covid-19, non è proprio messa bene.

Un modello basato sulla biodiversità che, se sviluppato e incentivato sostenendo gli agricoltori, potrebbe ridurre quella pericolosa dipendenza che sta emergendo con la guerra in Ucraina, come ha presagito Amendolara: “La distruzione di intere colture preconizza rischi reali per l'alimentazione umana con grave nocumento per il mantenimento della sovranità alimentare”. Invece, oggi nel Mediterraneo è rimasto solo il 10% delle coltivazioni tradizionali.

Il sistema agroalimentare italiano rappresenta il 15% del Pil nazionale, stando alla lettura dell'Annuario dell'agricoltura 2019-20 del Crea, 25% per Coldiretti. Sia come sia, è poco tutelato sia dal fenomeno in crescita esponenziale delle agromafie che vale ben 24,5 miliardi (Rapporto sulle agromafie 2019 di Coldiretti) che dal cosiddetto italian sounding, i falsi prodotti italiani, che valgono ben 100 miliardi.

E dire che, come scrive il nostro autore: “dal 2003 ad oggi sono stati emessi circa quattrocento documenti tra regolamenti, direttive, leggi e prassi attualmente in vigore”. Ciò che manca è una governance del settore, una banca dati unica dei controlli e dei risultati, tant'è che per questo l'Italia è stata censurata per ben due volte dall'Ue.

Un altro tesoro che stiamo dilapidando e che non siamo in grado di difendere dai rischi connessi alla globalizzazione e ai condizionamenti del neuro marketing, che induce a consumare cibo spazzatura.

Vito Amendolara ne trae un'amara conclusione: “La raccomandazione di aderire alla Dieta Mediterranea è ormai elevata a slogan”.

Adriana Spera
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