19. 11. 2019 Ultimo Aggiornamento 05. 11. 2019

Se la Russia di Putin chiudesse i rubinetti del gas che cosa succederebbe in Italia?

di Enzo Boschi*

Ringrazio gli amici del Foglietto che hanno posto proprio a me questa domanda.

L'ho considerata una manifestazione di stima nei miei confronti e mi sono messo a studiare cercando di dare un senso all'enorme quantità di informazioni che sono reperibili sul web, informazioni confuse e spesso contraddittorie almeno agli occhi di un neofita come me.

L'unica risposta che sono in grado di dare con un buon margine di confidenza è che l'Italia ha scorte di gas fino a Luglio, che equivale a dire che abbiamo scorte per 5 mesi circa.

Mi sono ricordato che Maurizio Crozza un paio di settimane fa si era posto la stessa domanda durante il suo spettacolo "Il Paese delle Meraviglie". E aveva mostrato la pagina di un giornale in cui Paolo Scaroni, Presidente dell'ENI, appunto faceva la dichiarazione che ho appena detto, riportata a caratteri cubitali e mai smentita da nessuno.

Mi colpì il fatto che Crozza, sempre divertente in maniera geniale, sembrò rimanere lui stesso interdetto.

Mi sono allora limitato a verificare la veridicità dell'affermazione che confermo.

Paolo Scaroni guadagna dall'ENI 6.700.000 euro all'anno (anno 2012), sulla base di quanto scrive Repubblica a pagina 4 il 23 marzo. E' lecito pertanto immaginare che questo Scaroni sia uno molto esperto ed estremamente capace e che è proprio il caso di dire che le sue parole sono oro.

Se non sbaglio i conti, il suo stipendio equivale approssimativamente agli stipendi di 200 ricercatori di un Ente di Ricerca.

Sia chiaro che dico questo solo per dare un'idea dell'ordine di grandezza. Non vorrei che qualcuno mi definisse qualunquista o populista. Come giustamente ha fatto l'indimenticabile amministratore delegato della FIAT Cesare Romiti insieme a Fabrizio Barca, prestigioso esponente del Partito Democratico, nei confronti di coloro che si sono scandalizzati apprendendo che Mauro Moretti delle FFSS percepisce uno stipendio di circa 850.000 euro annui.

I grandi manager vanno pagati adeguatamente altrimenti rischiamo di perderli!

Potrebbero andarsene nell'industria privata che, è ben noto, li sta aspettando a braccia aperte!

A riprova della mia buona fede, nel senso che sono ben lontano da facili considerazioni qualunquiste, posso portare la mia partecipazione attiva a una colletta su Facebook in favore proprio di Moretti che rischiamo di perdere se non gli vengono garantiti i suoi 850.000 euro che sono assolutamente da considerare molto ben spesi.

Io, notoriamente previdente, ho proposto, per maggior sicurezza, che la colletta avesse lo scopo di triplicargli lo stipendio. In questo modo Moretti, come lui stesso ci ha giustamente fatto notare, avrebbe uno stipendio dello stesso ordine di grandezza del suo omologo tedesco e noi italiani non faremmo in Europa la solita figuraccia degli straccioni e dei morti di fame.

Non a caso la mia proposta non ha incontrato alcuna contrarietà e abbiamo anzi triplicato l'impegno profuso alla raccolta dei denari necessari.

Sono sicuro che molti lettori del Foglietto, ora che sono informati, vorranno partecipare in massa a questa giusta e lodevole iniziativa.

Spero anzi che contribuiscano a zittire i soliti disfattisti che cominceranno a sostenere che i treni dei pendolari assomigliano sempre di più a carri bestiame e che i cessi delle FrecciaRossa fanno schifo anche in prima classe.

Tutto falso o eventualmente colpa dei passeggeri, specialmente dei pendolari che si ostinano ad andare a lavorare in treno chiaramente per pigrizia lasciando a casa comodissimi SUV.

Ho divagato, come spesso mi accade. Sono saltato di palo in frasca: la lettura dell'Ulisse di Joyce mi ha lasciato condizionamenti indelebili ... in realtà, tergiverso perché non so che scrivere di originale su questo argomento.

Non sono riuscito a capire la politica per l'energia del nostro Paese. Sono arrivato a concludere, pensate un po', che in realtà non abbiamo nessuna seria politica dell'energia. Tutto è demandato a personaggi come Paolo Scaroni che giustamente poi devono essere adeguatamente remunerati.
Non esiste una politica per l'energia come non esiste una politica per la ricerca scientifica.

Le due cose sono profondamente legate non tanto perché sono conseguenza entrambe, come qualche maligno potrebbe pensare, di scelte erratiche di una classe politica ignorante bensì per il semplice fatto che il problema dell'approvvigionamento dell'energia insieme al problema dell'ambiente dovrebbe essere il fulcro su cui far ruotare tutta la ricerca in un Paese con poche risorse naturali come il nostro.

Nella ricerca, se ci si fa caso, le cose che vanno bene sono spesso legate a pochi personaggi fortemente impegnati in quello che fanno più che a strategie attentamente scelte e sostenute.

Tutto appare, anzi tutto è casuale e provvisorio.

Quindi, carissimi fratelli del Foglietto, io non so che cosa potrebbe succedere se improvvisamente il gas di Putin non arrivasse più.

Mi sembra di poter dire tragicamente che non lo sa nessuno.

La mia convinzione che nessuno sappia rispondere veramente alla domanda nasce da letture e da qualche conversazione con "esperti".

Ripeto: non sono riuscito a capire.

Un mio collega americano con una formazione protestante un giorno mi disse: "Enzo, se qualcuno ti spiega qualcosa e tu stai attento ma non riesci a capire è molto probabile che anche colui che spiega non abbia le idee chiare".

Solo di una cosa sono certissimo: secondo una ben nota legge se una cosa può finir male è molto probabile che finisca male!

*Geofisico

We shall overcome!

di Enzo Boschi*

Il prestigioso giornale abruzzese Il Centro ha pubblicato il 14 marzo un articolo dal titolo "Lo sciame sismico fu sottovalutato", affermazione di uno dei testimoni del processo che si è svolto a L'Aquila per il terremoto del 6 aprile 2009, che si concluse con una sentenza di quasi mille pagine e una condanna a sei anni di reclusione e ad altro per i sette imputati.

L'articolo citato non rivela niente di nuovo. Il titolo, correttamente virgolettato dal giornale, rappresenta un'ulteriore evidenza che un gruppo eterogeneo di persone sta cercando, con finalità e interessi anche diversissimi, di far sedimentare l'idea della nostra colpevolezza in vista dell'Appello, che probabilmente si celebrerà in ottobre.

E' comunque ben noto e facilmente verificabile che non abbiamo mai sottovalutato neanche la scossa più piccola, non solo in Abruzzo ma in tutto il territorio nazionale.

Abbiamo costruito un'estesa rete sismica al massimo della tecnologie disponibili, in grado di registrare eventi talmente lievi che neanche le persone più sensibili riescono ad avvertire, pur trovandosi in prossimità dell'epicentro.

Tutto può essere utile per capire la dinamica delle zone sismiche peraltro monitorate 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno ormai da una trentina d'anni. E tutto viene registrato, analizzato e archiviato, in maniera adeguata e rigorosa. Quest'attività ha portato a un grande sviluppo nella conoscenza della sismicità italiana e a quantificare in modo rigoroso la pericolosità sismica del nostro Paese.

Una decina di anni fa si è arrivati alla redazione di una mappa sismica di tutto il territorio nazionale. La mappa e' stata ufficializzata dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In essa l'elevata pericolosità sismica dell'Aquilano appare in tutta evidenza.

La nostra attenzione alla sequenza aquilana, che cominciò nel gennaio 2009 (non nel giugno 2008, come più volte è riportato nella sentenza e dai media) e che culminò nel terremoto del 6 aprile, è verificabile per esempio dai due comunicati (non rituali e non richiesti) inviati dall'Ingv alla Protezione Civile il 17 febbraio e il 12 marzo 2009. Non solo: alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 fu presentata una relazione dettagliata sulle sequenze sismiche di L'Aquila e di Sulmona che all'epoca erano in atto e una serie di mappe sulla pericolosità sismica e sulle faglie attive nelle zone interessate dalle scosse.

Relazione e mappe preparate appositamente per quella riunione.

Per essere sicuro di rispondere completamente ad ogni eventuale domanda, mi feci accompagnare da Giulio Selvaggi, che allora dirigeva il Centro Nazionale Terremoti dell'Ingv e che considero uno dei migliori sismologi sperimentali al mondo.

Da coloro che presiedevano la riunione ci fu chiesto esclusivamente se i terremoti sono prevedibili. Rispondemmo decisamente di no e cercammo anche di spiegare il perché.

Se avessi voluto "sottovalutare lo sciame sismico" non sarei andato a L'Aquila il 31 marzo 2009, visto che assolutamente nessuno poteva obbligarmi** e che le riunioni della Grandi Rischi tradizionalmente si tengono a Roma per ragioni di ovvia opportunità. Oppure me ne sarei andato subito dopo aver scoperto che inspiegabilmente non era presente chi aveva indetto la riunione. Addirittura mancava il numero legale previsto dal regolamento della Commissione.

Sono rimasto per spirito di servizio e per rispetto ai numerosi personaggi presenti, molti dei quali incontrati per la prima volta in quell'occasione.

Non determinai certo io gli argomenti, lo svolgimento e la durata della riunione, che fu interrotta per tenere una conferenza stampa alla quale non fummo invitati e non partecipammo.
Conferenza stampa di cui seppi casualmente solo molti giorni dopo il terremoto!

Durante il processo, il Sindaco Cialente testimoniò che in seguito al mio intervento si preoccupò tanto da prendere misure importanti: chiusura di scuole e richiesta dello stato di emergenza, come riportato a piena pagina da Il Centro del 2 aprile 2009.

Mesi dopo il terremoto, Selvaggi ed io fornimmo tutte le informazioni in nostro possesso sulla vicenda ai due gentilissimi poliziotti che svolgevano le indagini. E rispondemmo in maniera esaustiva a tutte le richieste di spiegazioni, come gli stessi poliziotti riconobbero.

La lettura dell'articolo del 14 marzo scorso apparso su Il Centro ha ancora una volta evidenziato che dopo il terremoto del 2009, come sempre succede dopo un terremoto importante, molti sono diventati sismologi bravissimi: avrebbero saputo cosa fare e cosa dire se si fossero trovati al nostro posto! Addirittura c'è chi è arrivato a sostenere che la mancata utilizzazione di strumenti da lui stesso prodotti è stata causa della tragedia!

I dati misurati e registrati dalla rete, per impedire vergognose speculazioni di questo tipo e per consentire la partecipazione più ampia possibile agli studi sulla sismicità italiana, erano e sono accessibili a tutti i ricercatori ed esperti in tempo reale. Tutti sono pertanto in grado di seguire l'attività sismica (esattamente come la seguono gli operatori Ingv) dell'intero territorio nazionale: chi è pagato dallo Stato per occuparsi di terremoti lo dovrebbe fare sistematicamente.

Perché allora questi esperti non hanno mostrato le loro "eccezionali" capacità post-sisma PRIMA del terremoto, avvertendoci e consigliandoci opportunamente? Ci chiamavano continuamente per i motivi più disparati ... che poco avevano a che fare con la scienza.

Ribaltare in prospettiva rassicurante verità scientifiche, come l'imprevedibilità dei terremoti e la scarsa probabilità del verificarsi di eventi di un certa entità, presuppone scarsissima competenza di chi lo propone e mostra propositi inconfessabili, visto che spesso la narrazione dei fatti varia secondo le circostanze.

Ricordo, non incidentalmente, che si può verificare se chi si propone come esperto lo sia veramente o se banalmente ci si trovi di fronte a un millantatore in cerca di visibilità e magari di combinare qualche affare lucroso, anche se di basso livello. Esistono numerosi episodi che dimostrano l'asserto.

Se comunque si ritiene che siano state fatte sottovalutazioni, si dica chi le ha fatte, come sono state fatte, in quale circostanza sono state fatte e in che cosa consistono. È un dovere ineludibile!
In una vicenda così delicata, non si può procedere per antipatie, per acrimonie personali, per dedicarsi a piccole vendette sulla base di teoremi senza fondamento.

Sfido chiunque a trovare nella stampa, in archivi di qualunque mezzo di informazione o in qualunque altro luogo o circostanza, mie parole rassicuranti o di sottovalutazione della pericolosità sismica abruzzese.

Inoltre, nella circostanza della riunione del 31 marzo 2009, come peraltro in nessun'altra circostanza, nessuno fu autorizzato a riportare o a interpretare il nostro pensiero. Si tenga a mente, al riguardo, che nessuna deliberazione venne presa alla fine della riunione.

Il terremoto del 6 aprile ha provocato un dolore immenso in tanta gente. È doveroso con serenità arrivare alla comprensione di ciò che è veramente successo, analizzando con cura avvenimenti e responsabilità, senza preconcetti per il bene di tutti.

Creare dal niente mostri o capri espiatori non serve certo a fare giustizia. Spero si sia notato, specialmente negli ultimi due o tre anni, che alcune decine di sciami sismici si sono verificati sulle zone più pericolose del nostro Paese. Per fortuna in nessuno di essi si è manifestata una scossa disastrosa.

Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che una sequenza sismica non consente di prevedere terremoti, di fare valutazioni statistiche utilizzabili in termini di Protezione Civile e nemmeno di esprimere un qualunque parere sulle possibili evoluzioni della zona in esame. E tutti si guardano bene, dopo la sentenza aquilana, dal fare affermazioni di sorta!

L'unica difesa possibile è mettersi nelle condizioni di vivere in edifici in grado di sostenere le scosse, come si è fatto in tutti i Paesi sismici sviluppati. Ma costruire case sicure, imporre il rispetto delle leggi e fare adeguati e continui controlli non è certo compito dei sismologi.

Il dovere dei sismologi nei confronti della società si è di fatto compiuto con la pubblicazione della Mappa di pericolosità sismica sulla Gazzetta Ufficiale e con la diffusione della stessa fra gli addetti ai lavori e i comuni cittadini.

Adesso sono altri che devono intervenire affinché per ogni scossa, anche modesta, non si creino situazioni indegne di un Paese civile.

*Geofisico

**Nessuno poteva obbligarmi perché ero solo un volontario per la Protezione Civile: dalla Protezione Civile non ho mai ricevuto un compenso e nemmeno un rimborso spese. La mia carriera si è completamene sviluppata indipendentemente dalla Protezione Civile. Quando cominciai a collaborare, nel 1982, ero già da anni professore ordinario e membro di prestigiose accademie. Lo stesso può dirsi per Selvaggi. Degli altri non so.

L'assurdità dello "scarico di energia". Che comincia a preoccupare

di Enzo Boschi*

La rassicurazione data a L'Aquila, prima del terremoto del 6 aprile del 2009, è consistita esclusivamente nell'affermare che tante piccole scosse in una zona impediscono il verificarsi di scosse forti e distruttive perché in quella zona si avrebbe così uno scarico "tranquillo" di energia sismica.

Affermazione, mi si dice, riportata continuamente dai locali mezzi di informazione nei giorni immediatamente precedenti al terremoto del 6 aprile 2009.

Tante piccole scosse sarebbero addirittura da considerare tranquillizzanti, pur trovandosi in una zona ad alta pericolosità sismica come l'Abruzzo.

Forse la cosa più stupida che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni. Nettamente superiore in stupidità alla storia del tunnel scavato da Ginevra al Gran Sasso per verificare se i neutrini vanno più veloci della luce.

Ho cercato di capire inutilmente da dove nasca una simile assurdità. Penso sia analoga alla diceria che si sente spesso dire: "c'è aria da terremoto" quando si avverte umidità associata a caldo afoso. Simile a "rosso di sera, buon tempo si spera" e via dicendo con credenze popolari e proverbi di varia natura.

La cosa grave della vicenda è che, da interviste e registrazioni accessibili a tutti, si è scoperto che questa teoria, destituita di ogni fondamento scientifico, è stata pensata e decisamente sostenuta dai vertici della Protezione Civile in carica nel 2009.

Lo scopo dichiarato era rassicurare gli Aquilani, da mesi sottoposti a piccole ma continue scosse attraverso un'operazione mediatica.

E questa delle tante piccole scosse che consentono alla Natura di "avere il suo sfogo" senza provocare danni è purtroppo sembrata convincente. Sfortunatamente, all'operazione mediatica hanno partecipato anche persone ignare della volontà di rassicurare e che non erano state edotte della "teoria rivoluzionaria" che il PM e il Giudice hanno poi battezzato come "teoria dello scarico favorevole".

Queste persone non hanno alcuna intenzione di starsene buone e zitte a "porgere l'altra guancia".

Balza subito agli occhi che se fosse vera la storia che tante piccole scosse impediscono il verificarsi di scosse forti e disastrose in Italia non si sarebbero mai verificate tragedie sismiche. Basti pensare che nel territorio nazionale nel 2013 sono state registrate 21.366 piccole scosse. E tutti gli anni se ne verificano un numero anche superiore.

Ciononostante mediamente ogni due o tre anni abbiamo una scossa di magnitudo attorno a 6, con crolli e vittime dovuti alla pessima qualità delle costruzioni e alla sostanziale mancanza di controlli. In altre parole: un deciso rifiuto, di fatto generalmente accettato, di rispettare le leggi e le norme in materia.

Situazione tipica e molto diffusa nei Paesi arretrati.

Grottesco appare, poi, il tentativo di scaricare responsabilità su ricercatori ignari di giochi strani, fatti per perseguire finalità forse inconfessabili.

Il semplicissimo buonsenso avrebbe fatto scartare una convinzione tanto folle e priva di qualunque supporto logico e sperimentale.

Sarebbe stato bene e doveroso chiedere l'opinione di sismologi esperti, prima di avventurarsi in "operazioni mediatiche" che non possono trovare rispondenza nella realtà.

È inoltre evidente a tutti o tutti possono verificare che i sismologi, in concomitanza con la riunione della Grandi Rischi del 31 marzo 2009, sono stati tenuti lontani dai mezzi di informazione, probabilmente per evitare che "venissero rotte le uova nel paniere".

Se si vuole entrare in un discorso più tecnico, basta rifarsi alla definizione di magnitudo. La magnitudo è una quantità utilissima: riesce a dare con un semplice numero l'idea immediata dell'entità di un terremoto. Esistono quantità più rigorose per definire un terremoto come il tensore momento sismico ma dovremmo utilizzare cifre e grandezze difficili da gestire e da memorizzare.

Molto intelligentemente Hiroo Kanamori, un grande sismologo nippo-americano, ha dato una nuova definizione di magnitudo, partendo dal momento sismico che viene rappresentato dal simbolo Mw.
Molti hanno notato che frequentemente succede che per lo stesso terremoto vengono dati due valori di magnitudo leggermente diversi.

Per fare una valutazione rapidissima, come richiede la Protezione Civile, si preferisce la cosiddetta magnitudo locale, Ml, perché può essere valutata più rapidamente. Sia chiaro: Mw e Ml sono due valori diversi perché misurano di fatto manifestazioni diverse dello stesso fenomeno, ma non sono in contraddizione fra loro.

Qualunque magnitudo si usa, cerchiamo di capire il significato di "tante piccole scosse impediscono la scossa grossa".

Ragioniamo per assurdo: supponiamo che sia vero.

A L'Aquila abbiamo avuto una scossa di magnitudo 6. Dalla definizione di magnitudo sappiamo che una scossa di magnitudo 6 libera l'energia equivalente a circa 33 scosse di magnitudo 5, di circa 1000 scosse di magnitudo 4, di circa 33000 scosse di magnitudo 3 e via dicendo ...

La sequenza sismica a L'Aquila è durata 4 mesi. Potremmo allora dire che se in quei quattro mesi avessimo avuto in media 250 scosse al mese di magnitudo 4, cioè 8 al giorno quindi una ogni tre ore, si sarebbe liberata l'energia della scossa di magnitudo 6. Ma, se non vado errato, durante la sequenza ci sono state solo due scosse di magnitudo 4 ...

In realtà, tutto il ragionamento non sta in piedi.

L'energia della Terra è enorme.

Si possono avere centinaia di scosse di magnitudo 5 e poi una di magnitudo 7 o esattamente il contrario.

Basti pensare all'Indonesia del 2004: magnitudo 9.3, vale a dire qualche migliaio di terremoti di Messina, tutti assieme! Addirittura centinaia di aftershocks decine di volte superiori al più grande terremoto del Mediterraneo ...

L'energia della Terra sembra inesauribile: mantiene in piedi enormi catene montuose e conserva spettacolari fosse oceaniche, rifornisce centinaia di vulcani attivi e produce in continuazione migliaia e migliaia di terremoti.

Come si può immaginare e disseminare l'idea che tante piccole scosse rendono impossibile il verificarsi di sismi di grande potenza in un sistema tanto energetico?

Infatti, durante il processo, coloro che hanno decisamente sostenuto in interviste e conferenze stampa la validità dello "scarico favorevole" hanno poi dichiarato di non aver le competenze necessarie per fare simili affermazioni.

Ma se non avevano le competenze perché hanno rilasciato dichiarazioni tanto incongrue?

Non è assolutamente accettabile il loro attuale tentativo di scaricare su altri responsabilità che competono solo a loro di diritto e di fatto.

So per certo che cominciano a preoccuparsi e che, comunque, non sono particolarmente soddisfatti anche coloro, pochi per fortuna, che si sono adoperati a sostenere gli exploit dei precedenti vertici della Protezione Civile.

Gente che è andata in giro per congressi a sostenere la validità della sentenza di L'Aquila usando argomentazioni assurde, purtroppo per loro ben registrate con i mezzi che la moderna tecnologia mette a disposizione.

Addirittura c'è stato il caso di uno, "particolarmente sveglio", che in un importante centro di ricerca statunitense, ha chiesto di commentare le mille pagine della sentenza de L'Aquila solo a "microfoni spenti". È stato accontentato ma qualcuno, trovando sospetta questa richiesta, ha fatto in modo che restasse traccia di quanto sarebbe stato detto.

Purtroppo all'estero pochissimi sanno l'italiano e ci si deve affidare ad altri per tentare di comprendere una sentenza lunga quasi mille pagine. Ciò non toglie che ci siano persone che non sanno l'italiano ma conoscono i "fatti della vita".

*Geofisico

Post Scriptum
Sono ormai tre settimane che non ricevo lettere anonime. Spero che l'autore (autori?autrice? autrici?) abbia seguito il mio consiglio e sia andato da "uno veramente bravo". Che Dio lo aiuti. Ne ha tanto bisogno.

Abilitazioni scientifiche e indice H: istruzioni per l’uso

di Enzo Boschi*

L'indice H è un indicatore proposto nel 2005 da Jorge E. Hirsch della California University di San Diego per "misurare" la produttività, l'impatto e la continuità del lavoro dei ricercatori.

Ebbe subito un grande successo e si diffuse molto rapidamente.

Credo che siano pochi coloro che non se lo sono calcolato, anche se molti non lo ammettono forse perché lo hanno trovato basso in maniera imbarazzante.

In pratica H pari ad un valore n significa che il ricercatore è autore di n pubblicazioni che sono state citate n o più volte in altre pubblicazioni.

In linea di principio, più è elevato l'indice H più il ricercatore è da considerare bravo e attivo.

Fui introdotto ai segreti dell'indice H da Franco Miglietta, dirigente di ricerca all'Ibimet-Cnr di Firenze. Ne discutemmo a lungo e vi trovammo più difetti che pregi.

Vi sono vari modi di calcolarlo: il più rigoroso è quello dell'ISI Web of Science, che considera solo pubblicazioni e citazioni che appaiono su riviste con Referees obbligatori.

Non ha senso per valutare ricercatori nei primi anni della loro carriera.

In generale, non può fornire classifiche assolutamente oggettive e pertanto non può essere usato in maniera asettica nei concorsi nelle Università e negli Enti di Ricerca.

Non si può utilizzare per comparare ricercatori di aree disciplinari diverse.

Un biologo, per esempio, appartiene ad una comunità 20-30 volte più numerosa di quella dei geofisici e quindi produce 20-30 volte più pubblicazioni di quest'ultima, con tutto quel che ne consegue.

Anche all'interno della stessa disciplina, vi possono essere argomenti più "di moda", molto seguiti, o attività più "faticose" ma necessarie, che non tutti vogliono fare e che implicano poche pubblicazioni e quindi poche citazioni.

L'indice H ha comunque alcuni pregi importanti. È utilissimo per valutare l'impatto delle ricerche di un ente o di un grosso gruppo di ricercatori. È impossibile che un ente o un gruppo con un elevato indice H complessivo non sia all'avanguardia e competitivo nel suo settore.

È altresì vero che un H elevato per un singolo ricercatore significa che indubbiamente, in un modo o nell'altro, egli è molto attivo nel suo campo e che quindi possa essere preso in considerazione per eventuali promozioni, approfondendone il valore con i metodi tradizionali: sopratutto andando a leggere le sue pubblicazioni, ammesso che si sia in grado di farlo.

Un'altra certezza che raggiungemmo è che un basso H sta a indicare attività di ricerca scarsa sia qualitativamente che quantitativamente.

Affermazione grave, quest'ultima, che va presa con le molle: Einstein, se non vado errato, pubblicò solo 6 lavori e quindi avrebbe un H pari a 6: non avrebbe mai vinto un Concorso a cattedra soltanto con l'H. Questa potenziale assurdità si risolve però facilmente considerando anche il numero complessivo delle citazioni, che nel caso di Einstein si dovrebbero calcolare a milioni!

Quindi è ragionevole e prudente, prima di formulare un giudizio negativo, nel caso di un H basso, andare a verificare altri parametri.

Resta indiscutibile e indiscusso che un numero di citazioni molto basso, accompagnato da un basso H, dovrebbe escludere il titolare da ogni promozione in campo scientifico perché è del tutto evidente che non ha le capacità o la determinazione necessarie.

Tutto ciò premesso, il metodo di valutazione dell'idoneità a cattedre universitarie utilizzato in questa tornata non è poi tanto male. Si valutano i valori medi fra tutti i partecipanti, si normalizzano per non sfavorire i più giovani e si trova un confine fra coloro che possono aspirare all'idoneità e altri che non hanno i requisiti necessari neanche per essere presi in considerazione. Garantendo, così, una notevole semplificazione delle procedure e un minimo di oggettività.

Trovo ingiusto che si usino i risultati discutibili di alcune Commissioni per prendersela con il Ministero e con i funzionari che, a mio avviso, hanno fatto un buon lavoro.

Il fatto che le regole consentano ingiustizie non autorizza nessuno a perpetrarle.

Sarebbe bastato che i Commissari avessero affrontato il problema con animo scevro da preconcetti, o peggio, per evitare tante proteste e tanti malumori.

È poi naturale che si manifesti un forte malcontento se candidati con ottimi valori bibliometrici molto ben evidenziati, si vedano superati da altri con valori miseri senza spiegazioni minimamente accettabili. È questo che rende la vicenda particolarmente grottesca.

Gli indicatori bibliometrici che avrebbero dovuto essere presi in considerazione erano, oltre all'indice H, il numero delle pubblicazioni e delle citazioni.

Se tutti e tre gli indici risultavano sotto il valore medio è ovvio che il candidato andava escluso.

Se solo uno degli indici era superiore alla media, i Commissari dovevano avere lo scrupolo di verificare di non trovarsi in una situazione tipo Einstein, tanto per intenderci: pochi lavori ma moltissime citazioni. Se questo caso particolare e poco probabile non si verificava, il candidato andava escluso.

Resterebbe allora da controllare con grande serietà e con animo aperto se coloro che hanno tutti e tre gli indicatori positivi siano realmente all'altezza dell'insegnamento universitario.

Nel caso di esclusione di un candidato con tutti gli indici positivi, va data una spiegazione puntuale senza utilizzare frasi evidentemente preconfezionate. E, sopratutto, evitando di usare termini come "immaturo" o "settoriale", senza prima averne definito operativamente il significato nel contesto del concorso.

In ogni caso, alla fine si è avuta la netta impressione che è molto meglio affidarsi alla rozzezza dei dati bibliometrici piuttosto che a incomprensibili e tutt'ora inspiegabili discrezionalità delle Commissioni.

E' bene ricordare che passeranno tre o quattro anni, nella migliore delle ipotesi, prima che si ripresenti l'occasione di un nuovo concorso. Decisamente troppo per generazioni di scienziati cresciuti con blocchi concorsuali infiniti e da sempre in attesa di opportunità. Inoltre, salta agli occhi un aspetto importante: l'assurdità della distinzione fra idoneità di prima e seconda fascia.

Non si può essere scientificamente maturi ad un livello e degli immaturi a un livello superiore. A meno che non si dia per scontato che un professore di seconda fascia possa insegnare o far ricerca in maniera meno rigorosa rispetto a un professore di prima fascia: quindi, lezioni confuse, tesi di basso valore, lavori abborracciati ... Sfido chiunque a dare una definizione razionale di maturità scientifica che possa portare ad una distinzione così sottile.

Chi fa ricerca seriamente, sa che le cose non possono funzionare così e infatti non funzionano così.

Inoltre, ripeto ancora , oltre a non essere disponibile una definizione operativa di quella che i Commissari chiamano "maturità", non esiste una definizione analoga del termine "settoriale". "Immaturo" e "settoriale" appaiono quindi usati in maniera del tutto arbitraria, all'interno di locuzioni che nella formulazione dei giudizi stancamente si ripetono sempre uguali, per promuovere o bocciare a seconda di decisioni prese sulla base di procedure che non è dato conoscere.

Basterebbe, a mio modo di vedere, una prova di idoneità unica e ben documentata per lasciare poi le Università libere di scegliere chi chiamare e a quale livello.

Mi sembra infatti, tra l'altro, che tutti o quasi gli idonei del concorso di Geofisica di prima fascia siano ultracinquantenni. Quindi troppo vecchi per promuovere innovazione reale e abbastanza giovani per impedire ulteriormente di farsi avanti alle nuove generazioni.

Forse qualche Università desidera ringiovanire il proprio corpo accademico ...

Ho scritto tutto questo perché in un articolo su Il Foglietto del 21 febbraio ho espresso un giudizio decisamente negativo sugli esiti dei lavori della Commissione 04/A4 (Geofisica).

Una Commissione di concorso universitario esplica una funzione pubblica che, in quanto tale, considero mio diritto, se lo ritengo necessario, criticare anche duramente.

In risposta a questo articolo il 28 febbraio Il Foglietto pubblica, come è sua tradizione, una lettera di protesta, peraltro prevista e auspicata, dei Commissari 04/A4 dove si arriva addirittura ad affermare che "ignoro" le leggi e il significato dell'indice H.

Una lettera allusiva, minacciosa e decisamente insultante.

Considero comunque del tutto irrilevante essere stato pesantemente insultato. L'insulto, infatti, è arte  antichissima che richiede fantasia, cultura, intelligenza e cattiveria! Costoro non sono neanche cattivi!

Non sarebbe invece irrilevante, anzi sarebbe gravissimo e imperdonabile, se alla fine di questa imbarazzante vicenda si appurasse che gli esiti sono stati fortemente inficiati da questioni e interessi meschini, che nulla hanno a che vedere con la ricerca scientifica universitaria.

*Geofisico

Botta e risposta tra la commissione universitaria e il geofisico Enzo Boschi per un articolo apparso sul Foglietto

La replica della commissione

In riferimento all’articolo di E. Boschi apparso sul Foglietto del 18 Febbraio, la Commissione per le Abilitazioni Scientifiche Nazionali del Settore 04/A4 (Geofisica), rinviando alle sedi competenti la tutela del proprio lavoro e della propria immagine, fa presente quanto segue.

Lo scritto di Boschi rivela innanzitutto una evidente incomprensione delle normative di legge che regolamentano la materia delle abilitazioni.

In merito alla candidatura per l'abilitazione a professore ordinario del Prof. Alfe (attualmente professore ordinario di Fisica presso l’University College di Londra), i componenti della Commissione 04/A4 - Geofisica hanno espresso un giudizio eccellente sul curriculum del candidato, rilevandone tuttavia la limitata pertinenza con il settore concorsuale stesso. Non a caso, il Prof. Alfe è stato abilitato a professore ordinario in un settore concorsuale differente, e cioè quello di Fisica Teorica della Materia (02/B2).

Altre osservazioni inconsistenti giungono riguardo all’utilizzo (definito “grottesco”) dei parametri bibliometrici. Diciamo brevemente che i parametri bibliometrici, opportunamente introdotti dalla normativa, forniscono elementi oggettivi utili alla valutazione di un ricercatore. Tuttavia, come espressamente indicato dalla normativa e come stabilito in sede di definizione dei criteri di valutazione da parte della Commissione stessa, i predetti parametri devono essere utilizzati tenendo conto delle molteplici e importanti limitazioni che li affliggono, limitazioni largamente note sia alla Comunità scientifica più qualificata che al Legislatore.

Per come sono definiti, i parametri bibliometrici:

a) non tengono conto del numero di coautori, non considerano cioè se i lavori del candidato sono "ad autore singolo" oppure "a dieci autori" oppure ancora “a venti autori”;

b) non tengono conto in alcun modo del contributo del candidato nei lavori "a più autori";

c) non tengono conto del valore delle riviste sulle quali sono pubblicati i lavori del candidato, al di là del fatto che vengono considerati solo lavori pubblicati su riviste indicizzate (ma l'indicizzazione vale come soglia minima di qualità, dal momento che risultano indicizzate anche riviste molto poco quotate con Fattori di Impatto prossimi a zero);

d) non tengono conto dell'effettivo livello di originalità dei lavori;

e) non tengono conto del grado di pertinenza dei lavori con il settore concorsuale, come peraltro evidenziato nel caso prima discusso.

Lo stesso “numero delle citazioni ricevute” dai lavori del candidato è potenzialmente soggetto a limiti di obiettività rappresentati dal fatto che tale parametro, come usato nel caso ASN, comprende al suo interno anche le “autocitazioni”. Infine, l’H-index costituisce una sorta di sintesi del numero delle pubblicazioni e del numero di citazioni.  Peraltro, le specifiche modalità di calcolo adottate per gli stessi parametri bibliometrici (con le loro normalizzazioni) sono al momento oggetto di critiche da più parti.

Boschi sottovaluta - o peggio ancora ignora - i rischi lampanti di un improvvido utilizzo aritmetico dei parametri bibliometrici, suscettibile di penalizzare candidati validi e di promuovere candidati meno validi o poco pertinenti al settore concorsuale.

Anche per cautela contro tali rischi il legislatore richiede alle Commissioni un’ampia ed articolata gamma di valutazioni sul curriculum dei candidati, prevedendo chiaramente l'integrazione dei valori numerici dei parametri bibliometrici con i giudizi.

I membri della Commissione rinviano a sedi più opportune ulteriori considerazioni sull’articolo in argomento, osservando che i tratti demagogici dell’articolo di Boschi ed il suo peculiare status rispetto ai lavori della Commissione che ha valutato, fra gli altri, un suo stretto congiunto si commentano da soli.

La Commissione per le Abilitazioni Scientifiche Nazionali del Settore 04/A4

 

La controreplica di Boschi*

Rispondo volentieri alla lettera stizzita, incongrua e minacciosa dei Commissari del concorso 04/A4.

Mi ha sorpreso il riferimento a mio figlio Lapo, che ha partecipato al concorso come è suo pieno e insopprimibile diritto. I miei parenti, vicini e lontani, potevano partecipare senza incorrere in conflitti di alcun genere: non faccio parte della Commissione e non ho influito nella sua composizione. Esprimo sul suo operato i giudizi che ritengo di dover manifestare, con o senza congiunti fra i concorrenti.

Non rinuncio all'occasione che mi si offre per dare sfogo al mio orgoglio paterno: Lapo Boschi, PhD presso l'Harvard University, è di ruolo alla Pierre et Marie Curie Université a Parigi. Ed è risultato idoneo all'unanimità in questo concorso.

Sono i membri della Commissione che non devono avere legami di parentela con i candidati. E, sopratutto, non devono coltivare o aver coltivato con loro alcun rapporto di affari, o di qualunque attività che determini lucro. I rapporti di natura commerciale, in questo contesto, sarebbero infatti altamente disonorevoli per il buon nome dell'Università come istituzione e tali da inficiare qualunque giudizio, sul piano etico e non solo.

 

Ho citato la  bocciatura di Dario Alfe perché è il caso più rappresentativo del metodo con cui sono stati formulati i giudizi sui candidati. Direi "emblematico", se l'aggettivo non fosse ormai abusato. Anche "eclatante", benché desueto, sarebbe adatto. Caso di cui peraltro si è occupato nei giorni scorsi Il Corriere della Sera e oggi Il Fatto Quotidiano.

Non ho mai avuto alcun tipo si rapporto con Alfe. Le mie valutazioni riguardano esclusivamente la ricerca geofisica e i suoi possibili sviluppi.

I commissari giustificano la bocciatura di Alfe dicendo che ha ottenuto l'idoneità in altro raggruppamento disciplinare. Potevano però essere conseguite più idoneità. Alfe avrebbe così avuto più possibilità di scelta e senza togliere alcunché a nessuno.

Trovo errato che i suoi risultati non siano stati consideranti rilevanti per la Geofisica.

Se è successo sulla base dei criteri prestabiliti dalla Commissione, ne consegue che tali criteri sono inadeguati: mostrano una visione tendenzialmente naturalistico-descrittiva, che  rinuncia ai recenti sviluppi della conoscenza della materia alle alte pressioni e alte temperature, tipiche dell'interno della Terra.

 

Patetica, poi, la lezioncina sull'indice H di cui sottovaluterei, anzi ignorerei, i "rischi lampanti di un uso improvvido".

Nel sito del Miur, dove sono apparsi i risultati dei lavori della Commissione, i parametri bibliometrici sono in bella mostra: numero delle pubblicazioni, numero delle citazioni, H-index.

Dopo aver fatto accurati conteggi si è provveduto a normalizzarli: un lavoro da certosino, che certamente qualcuno ha dovuto svolgere con grande attenzione. Un lavoro che si è poi rivelato una perdita di tempo, visto che addirittura si arriva a definire i risultati potenzialmente fuorvianti. Fuorvianti perché in contraddizione con risultati determinati da altre considerazioni?

 

Si può tentare di rigirare la frittata come meglio si crede: resta il fatto indiscutibile e indiscusso che ricercatori di altissimo livello e sempre richiesti da molte Università per tenere corsi di Geofisica sono stati ingiustamente umiliati.

Ricercatori che hanno contribuito a creare e sviluppare il miglior ente di ricerca italiano e fra i due o tre migliori istituti al mondo che si occupano di Geofisica secondo agenzie di rating specializzate, nazionali e internazionali.

Questo è il motivo per cui ho scritto l'articolo del 18 febbraio e del quale certamente non mi pento.

Mi domando: è sensato che un numero non indifferente di Università abbia affidato corsi di insegnamento a persone che poi esponenti di altre Università, anche se estratti a sorte, definiscono non idonee a tenere gli stessi corsi?

La mia è una questione sensata o sono "demagogico", come gli ineffabili Commissari mi definiscono?

Non ho, infine, alcuna remora ad affermare che a molti dei bocciati sono estremamente affezionato, proprio come si può essere affezionati a dei figli.

Anche questo mi verrà rinfacciato?

*Geofisico

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