26. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 26. 10. 2020

Forza senza legittimità

Forza senza legittimità, di Piero Ignazi, editore Laterza, Bari, 2012, pp. 138, euro 14,00

Recensione di Roberto Tomei

In un contesto, come quello occidentale, che sin dall'antica Grecia ha sempre ricercato la composizione dei contrari, identificando nell'unità armoniosa il fondamento del vivere comune, il partito (dal latino partire, che significa dividere), in quanto espressione di una sola parte, non ha mai goduto di buona fama.

Lunga e tortuosa è stata perciò la strada che i partiti hanno dovuto percorrere per trovare un riconoscimento vasto e senza contrasti.

La piena conquista della legittimità è avvenuta, si può dire, soltanto di recente, sul finire dell'Ottocento, culminando poi con la definitiva consacrazione nelle costituzioni (nella nostra, nell'art.49).

L'età dell'oro dei partiti è stata senza dubbio il Novecento, in particolare i due decenni postbellici , quando - spiega l'autore - essi raggiungono "il vertice della loro forza e legittimità".

E' in questo periodo che, nella mentalità collettiva, democrazia coincide con politica multipartitica, tanto che perfino nell'Europa dell'Est i partiti comunisti consentono il permanere di partiti ancillari.

La trasformazione avviene negli anni Sessanta, quando il modello del partito di massa viene sostituito dal partito "pigliatutto", che tuttavia gode ancora di credito presso l'opinione pubblica, nel senso che questa continua a delegare interamente ai partiti la sua rappresentanza, pur lamentandone la progressiva perdita di passione ideologica.

Un ulteriore passaggio si registra a partire dagli anni Ottanta e continua a svilupparsi con moto accelerato.

I partiti tendono ora a instaurare un rapporto simbiotico con lo Stato, di cui diventano parassiti: da un lato, lasciano deperire il rapporto col territorio, spostando risorse e attenzione al centro (sia  "quartieri generali" che assemblee elettive); dal'altro, adottano un atteggiamento clientelare e colonizzatore nei confronti della società, a sua volta trasformatasi, indebolendo così la capacità dei partiti di farsi portavoce delle istanze delle categorie.

Rinchiusi nella loro cittadella, i partiti hanno pensato bene di "rivolgersi" allo stato, ottenendo un generoso finanziamento pubblico, grazie al quale sopravvivere e, soprattutto, disporre di risorse per affrontare le elezioni.

Organizzazioni ormai piene di rughe, si appalesano sempre più incapaci di suscitare adesioni  entusiastiche e disinteressate, mentre la loro debole legittimità "si ribalta sulla rappresentanza", dando spazio a una delega diretta e individuale, "affidata a un capo, un leader, un duce", il bonapartismo presentandosi ora nelle vesti del populismo, vera anima del sentimento antipartitico.

Con Annibale alle porte, sembra proprio che ora si voglia tentare di fare marcia indietro, riducendo il finanziamento pubblico. Se accadrà veramente, sicuramente i partiti ne guadagneranno in legittimità. (Roberto Tomei).

 

I demoni del potere

I demoni del potere di Marco Revelli, editore Laterza, Bari, 2012, pp. 97, euro 14,00.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro è una riflessione sul lungo ciclo della civilizzazione (più di tre millenni ), che culmina ora nella crisi della Grecia, pericolosamente prodromica alla fine dell'Europa.

Al centro c'è l'evoluzione del potere, trasformatosi in qualcosa di inafferrabile e tuttavia onnipresente.

Revelli fa largo uso del mito, che impiega sin dal titolo dei capitoli che scandiscono il volume, tutto popolato di Meduse e Sirene, cui fa ricorso per spiegare la crisi della nostra "civiltà", che si manifesta proprio nel luogo che ne fu la culla.

Egli sottolinea come  fosse stata l'invenzione della città la grande innovazione che aveva avviato la complessa ma vincente pratica di addomesticamento del potere, consentendo il superamento della sua natura belluina.

Due ne erano stati gli ingredienti: la forza della legge (nomos) e la forza della parola (logos). Grazie a questi due fattori si era realizzato il passaggio dal numinoso (e dal mostruoso) all' umano. Ma il problema ora ritorna, dato che la solidità dei "luoghi" sembra vacillare e sciogliersi sotto la spinta dei "flussi" finanziari", cui non si riesce a porre argine.

Dopo aver fatto tanto per "ingabbiarlo", il potere è sfuggito di nuovo, data la sua attuale invisibilità e irriducibilità a uno spazio preciso e definito, che nondimeno vanno di pari passo con la sua onnipresenza  e pervasività. In una parola, con la intrusività distruttiva del "numinoso".

E' proprio questa riedizione del passato, che autorizza Revelli a una serie di esercizi d'interpretazione sul materiale simbolico, da cui emergono "significati sepolti, paradossi, doppi sensi e sensi vietati", nella consapevolezza che molto di quel materiale mnestico torna ora ad acquistare una sua "problematicità attiva". Sempre che si abbia la capacità di saperlo leggere, naturalmente. (Roberto Tomei)

 

I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità

I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità di Carlo Galli, editore Laterza, Bari, 2012, pp.130, euro 14,00.

Recensione di Roberto Tomei

Ispirato dall'avvento del governo dei tecnici, guidato da Mario Monti, il libro che qui si presenta si articola in tre capitoli .

Il primo è una rassegna delle critiche che alcuni letterati hanno portato alle élites politiche italiane, prevalentemente nei cento anni che vanno dal 1820 al 1920 circa.

Nel secondo capitolo si ripercorrono a grandi linee le riflessioni specialistiche- cioè di filosofi e scienziati della politica- sulle élites, mostrando il rapporto di lungo periodo tra élites e democrazia ed esaminando con nuovi strumenti la vicenda unitaria italiana fino all'avvento del fascismo.

Il terzo capitolo, infine, è dedicato a una riflessione sul ruolo politico delle élites nella storia d'Italia dal 1920 ad oggi, in particolare a partire dal secondo dopoguerra.

Quando scriveva, l'autore non poteva sapere che quella delle attuali élites non sarebbe stata una parentesi, data la loro subitanea trasformazione in partito, anche se in un certo senso sembrava augurarselo, laddove afferma che il 2012 potrebbe" essere l'avvio di una terza nascita dell'Italia se le élites politiche e sociali sapranno operare una sospensione della loro riluttanza".

Bene. Pare proprio che questa sospensione sia stata operata. Adesso non ci resta altro da fare che vedere di cosa le èlites sono capaci. (Roberto Tomei)

Della storia d'Italia

Della storia d'Italia di Carlo Antoni, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2012, pp. 67, euro 9,00.

Recensione di Roberto Tomei

Di fronte a una disfatta, come quella della seconda guerra mondiale, è normale avvertire il bisogno di capirne le ragioni e di identificarne le cause.

Spesso queste vengono cercate in un arco temporale vicino, più raramente andando a scavare nel remoto corso della storia.

Tra coloro che hanno fatto quest'ultima opzione va sicuramente incluso Carlo Antoni nel saggio che qui si presenta, pubblicato clandestino  nel 1943 nei Quaderni del Movimento liberale italiano.

Pensato e scritto fra l'estate del 1943, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, e i primi mesi dell'occupazione tedesca di Roma, dopo l'8 settembre, il saggio echeggia, come sottolinea Giuseppe Galasso nella sua ampia introduzione, "molto di più l'incertezza, la problematicità, le confuse prospettive che non le radiose promesse e le speranze dell'orizzonte che si era aperto, con la caduta di Mussolini, al corso della storia italiana".

Inequivocabilmente negativo l'esame che Antoni fa della storia d'Italia.

A partire dal Comune, l'organismo politico tra i più originali della civiltà italiana, bollato come " singolare anacronismo della resurrezione dello stato di città classico", per continuare poi con la Signoria, considerata come il trionfo del puro machiavellismo, nella quale "invano la magnificenza cercò di compensare il vuoto delle anime sensuali e miserabili".

Da qui le premesse di un'Italia estranea alla modernità, senza i grandi slanci e le dure lotte che questa altrove aveva prodotto. Ancora alla vigilia del Risorgimento, il popolo italiano, ignorando le inquietudini tipiche dell'uomo moderno, si decide a insorgere "non già per impulso proprio, ma perché travolto dalle armate della Rivoluzione francese".

Nel lungo periodo, solo lo stato piemontese rappresenta un fattore di sviluppo dal punto di vista politico e sociale, ma neppure con la vittoria della prima guerra mondiale l'Italia riesce a riscattarsi. Anzi è proprio con la crisi postbellica che si fa largo l'Antirisorgimento, che pone le basi della dittatura fascista, "con la rovina economica, con la decadenza intellettuale, con la scomparsa delle forze vive dal mondo".

Da qui l'angosciosa domanda sulla capacità degli italiani di rialzarsi dopo cotanto disastro.

Acuito dall'eccezionalità e drammaticità delle circostanze in cui fu scritto, il saggio di Antoni, di chiara ascendenza salveminiana, dà - come dice Galasso - "eloquentemente conto del travaglio etico e politico" del suo autore. (Roberto Tomei)

 

Addio a Roma

Addio a Roma, di Sandra Petrignani, Neri Pozza ed., Vicenza, 2012, pp.348, euro 16,50.

 

Recensione di Roberto Tomei

 

Il libro rievoca il mondo culturale che animava la capitale tra gli anni cinquanta e la prima metà degli anni settanta del secolo scorso, cioè fino alla tragica morte di Pasolini (2 novembre 1975).

 

Un arco temporale abbastanza lungo, dunque, che comprende la ricostruzione postbellica, il boom economico e parte degli anni di piombo, che raggiunsero l'acme col rapimento e l'uccisione di Aldo Moro (1978).

 

Nel dopoguerra, ricorda l'autrice, la città non era abitata solo dagli intellettuali romani (Moravia, Morante, Mafai, ecc.), poiché vennero a stabilirvisi, solo per citarne alcuni, tanti altri intellettuali : scrittori, come Gadda, Parise e La Capria; pittori, come Accardi, Consagra e Turcato; registi, come Antonioni, Fellini e Visconti.

 

Al di là dei diversi caratteri che possedevano e delle molteplici opinioni che manifestavano, questi personaggi riuscirono a dar vita a una comunità solidale, tutt'altro che chiusa in se stessa, anzi simpaticamente aperta a tutti coloro che si sentivano pervasi dalle stesse passioni e dagli stessi sentimenti.

 

Luoghi d'incontro per eccellenza erano le trattorie, dove ci si trovava per la cena, senza nemmeno bisogno di darsi appuntamento. Era qui  che i più giovani avevano la possibilità di conoscere idee ed esperienze dei loro "idoli", ancora inconsapevoli di essere tali.

In un clima di sostanziale e generale autenticità, ciascuno aveva coscienza della propria arte ma nessuno mitizzava il proprio ruolo. Quando, poi, alla ricerca della gloria gli intellettuali hanno preferito quella del successo, quel mondo è finito e la "terrazza"(vedi l'omonimo film di Scola) ha preso il posto della trattoria. Ma se qui c'era posto per ascoltare e imparare, sulle terrazze invece gli intellettuali finirono per incontrarsi soltanto tra loro e iniziò così il lento ma inesorabile declino della cultura a Roma.

 

Oggi poi non ci sono nemmeno le terrazze, i rapporti umani tendono a "svilupparsi" attraverso la rete e gli intellettuali sono anch'essi ormai per lo più degli "internettuali".

 

Si capisce così come mai l'autrice abbia scelto di riportare nella quarta di copertina la seguente folgorante battuta di Flaiano: "coraggio, il meglio è passato". (Roberto Tomei).

 

L'opera italiana da due soldi

L'opera italiana da due soldi di Franco Cordero, edizioni Bollati Boringhieri, Milano, 2012, pp.301, euro 17,00

Franco Cordero, professore emerito di Procedura penale presso "La Sapienza" di Roma , è autore di romanzi ( l'ultimo, L'armatura ,è del 2007) e di saggi sugli argomenti più disparati.

Presso Bollati Boringhieri, oltre all'edizione accresciuta di Savonarola ( 2009, 4 voll.) e a un commento a Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, ha pubblicato vari libri di saggi sull'attualità politica del nostro paese.

Dopo Aspettando la cometa. Notizie e ipotesi sul climaterio d'Italia (2008) e Il brodo delle undici. L'Italia nel nodo scorsoio (2010), quello che qui si presenta è il terzo volume dedicato alla nostra storia recente. In pratica, gli ultimi tre anni del governo Berlusconi. Un periodo, dunque, che è ancora cronaca ma che egli, con la sua intelligenza acuminata, già riesce a farci vivere come storia.

E' questo, infatti, il proprium dei libri di Cordero, ossia la loro naturale capacità di innalzarsi sopra le contingenze, cogliendo gli aspetti essenziali, che caratterizzano le vicende che stiamo vivendo. Il tutto non senza continui e preziosi rinvii alle epoche che ci hanno preceduto.

Inconfondibile lo stile del Nostro, che usa sempre termini e concetti precisi, che è assai difficile ritrovare presso altri autori.

Una ragione in più per leggere le sue opere, che vivamente raccomando soprattutto ai giovani, che potranno attingervi non solo un'occasione di riflessione ma anche una lezione di stile. (Roberto Tomei)

 

Il politico portatile

Il politico portatile di Carlo Alberto Brioschi, editore Guanda, Napoli 2012, pp.251, euro 12,50.

Recensione di Roberto Tomei

Ho una buona memoria e ricordo tante frasi celebri - comprese alcune apprese addirittura dai libri di scuola - che talora inserisco nei miei discorsi con gli amici o nei miei scritti, cercando di fare sempre attenzione a non andare oltre la portata dell'ascoltatore o del lettore.

A differenza di tanti che conosco, poi, non ho nessuna difficoltà a riconoscermi debitore persino nei confronti dei miei contemporanei, perché non ci trovo niente di male a far mio un pensiero che condivido o a trovare un sostegno più o meno autorevole a un pensiero ( che credevo) mio.

C'è addirittura chi dice che è già stato pensato e detto tutto, sicché non ci resta che ripensarlo, magari meglio.

Sia come sia, non si può negare che ci sono citazioni e aforismi di un'efficacia tale da sostituire interi discorsi. Non si vede dunque perché farne a meno.

All'inizio degli anni settanta del secolo scorso, a Roma circolava una Fiat 500 che sul lunotto posteriore recava una scritta che non ho mai dimenticato:"non seguitemi, mi sono perso anch'io".

All'incirca nello stesso periodo, a Bologna comparve una scritta, che certamente esprimeva un auspicio o quanto meno tradiva una speranza:"Le donne dell'Udi (= Unione donne italiane) vogliono l'apertura a sinistra". Qualche tempo dopo, uno spiritoso non si trattenne dall'aggiungervi la sua opinione: "A me sta bene dov'è". Replica poco urbana ma di sicuro effetto.

C'è chi è rimasto famoso anche per una sola parola, come è accaduto a Cambronne con il celebre "merde"- stringente espressione di uno stato d'animo ma anche sublime sintesi di un ragionamento- subito transitata nei manuali di storia.

Nella sua raccolta di aforismi, spietatamente corrosivi, Brioschi ne ha per tutti, anche se con alcuni se la prende un po’ di più.

E' simpatico comunque vedere che strane "compagnie" si vengono a formare: da Dante al capofamiglia dei Simpson, passando per Berlusconi e Montesquieu.

Una raccolta che più "equilibrata " di così è difficile immaginarla. Dentro ci si può trovare di tutto, ma a prevalere sono gli aforismi cattivi, quelli che, quando va bene, provocano un sorriso amaro. Indimenticabile il motto attribuito a Paperon de' Paperoni : "l'oro non è tutto. Ci sono anche i diamanti". (Roberto Tomei )

Lo strabismo di Venere

Lo strabismo di Venere di Massimo Romagnoli, edizioni Pigmalione, Roma 2012, euro 10.

 

Recensione di Roberto Tomei

 

Osteggiata, e talvolta addirittura bistrattata dai razionalisti, che pretendono di negarle persino il suo indiscutibile fascino, l'astrologia conserva comunque un gran numero di seguaci. Non solo curiosi, ma anche studiosi, come Massimo Romagnoli.

 

Il tratto saliente del suo libro che qui presentiamo, sta proprio nell'ardito tentativo, che ci sembra senz'altro riuscito, di gettare un ponte tra razionalità e astrologia, che egli invita a non considerare necessariamente come dimensioni che si escludono a vicenda.

 

L'astrologia, nella versione di Romagnoli, è perciò cosa assai diversa da quella comunemente conosciuta.

Tutto ruota, secondo l'autore, intorno all'osservazione del ciclo naturale, dalle stagioni, all'anno solare agricolo, dai corpi celesti allo studio dell'uomo, e l'astrologia è intesa come uno strumento che consente di penetrare i segreti della vita.

 

Ben scritto e coinvolgente persino nella sua parte più tecnica, il libro (acquistabile on line sul sito www.ilpigmalione.com) costituisce un'utile e valida "porta d'ingresso" all'astrologia. (Maurizio Bonsignori)



La perfezione cristiana di Bonaventura da Bagnoregio

La perfezione cristiana di Bonaventura da Bagnoregio, a cura di Claudio Leonardi, commento di Daniele Solvi, edizioni Mondadori, Milano, 2012, pp. CXII-420, euro 30.

 

Recensione di Roberto Tomei

 

Nell'ambito delle opere ricomprese nella "Letteratura francescana", la Fondazione Valla ha dedicato un volume (il terzo) agli scritti principali di Bonaventura da Bagnoregio: l'Itinerario della mente in Dio, Vita mistica e altri sermoni.

 

Nell'Itinerario, che è senz'altro il suo capolavoro, Bonaventura descrive l'ascesa dell'anima dal mondo terreno a Dio. Si tratta di un percorso - ordinato secondo uma scala, come nei mistici bizantini- che è consentito a tutti gli uomini, ma solo se capaci di immergersi nella preghiera e, insieme, di farsi avvolgere dal bagliore della speculazione.

 

Secondo Bonaventura, le creature del mondo" sono i segni che Dio ci ha dato" e da esse, cioè dalle cose sensibili che vediamo, possiamo risalire a quelle intelligibili, che invece non ci è dato vedere.

 

Mirabile è l'entusiasmo con il quale Bonaventura descrive il cosmo e discetta sui nostri sensi, la porta attraverso la quale ci è dato di conoscerlo.

Dio sta al di sopra di tutte le cose e di lui conosciamo soltanto il nome, ossia "Colui che è". Oltre non ci è permesso di andare.

 

L'ultimo gradino che possiamo raggiungere nell'Itinerario " è uno stato mistico e del tutto segreto, che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve, e nessuno lo riceve all'infuori di chi lo desidera, e nessuno lo desidera all'infuori di chi  è incendiato nel profondo del cuore dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo ha mandato sulla terra".

 

Mente solida e ordinatrice, Bonaventura si esprime in un latino limpido e preciso, egregiamente tradotto da Roberto Gamberini e Mauro Donnini. (Roberto Tomei)

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