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Martedì, 24 Feb 2026

Dal resoconto sommario n.179 del 4 giugno 2020 della VI Commissione permanente del Senato della Repubblica, si apprende che il Deputato Alessio Mattia Villarosa, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, rispondendo alla interrogazione n.3-01588, presentata dai Senatori Lannutti, Pesco e Presutto, ha dichiarato che “il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, per il tramite del proprio rappresentante in seno al collegio dei revisori, ha comunicato che l'ISTAT ha provveduto ad incassare le somme a titolo di risarcimento comprensive degli interessi maturati dalla sentenza di primo grado (n.1096/2012 della Sezione giurisdizionale per il Lazio) le quali, in esecuzione della sentenza di appello n. 302/2018, sono state riversate dall'Ente allo Stato. Tale versamento è avvenuto il 14 febbraio 2020 con mandato n. 384 per la somma di 220.941,76 euro”.

“Sempre dalle notizie assunte – ha concluso il Sottosegretario – le spese legali (di primo e secondo grado) non sono state incluse in quanto risulterebbe che sono state pagate dai debitori condannati - non all'Istat - mediante un versamento effettuato direttamente al bilancio dello Stato (per il quale quindi non vi era la necessità di procedere al riversamento predetto)”.

Si è così definitivamente chiusa una vicenda iniziata a maggio del 2007, quando il sindacato Usi-Ricerca, con un esposto, segnalava alla Procura Regionale del Lazio della Corte dei conti la mancata applicazione da parte dell’Istat delle sanzioni di cui all’art. 11 del decreto legislativo n. 322 del 6.9.1989, previste per la violazione dell’obbligo di fornire le informazioni richieste dallo stesso Istat in sede di raccolta dei dati necessari all’elaborazione di indagini statistiche, obbligo previsto dall’art. 7, comma 1, del medesimo decreto legislativo.

Ritenendo fondato l’esposto del sindacato, la Procura delegava all’Ispettorato Generale di Finanza della Ragioneria Generale dello Stato gli accertamenti e le verifiche del caso, all’esito dei quali citava in giudizio i vertici dell’Istat che, nel periodo 2003-2006, si erano resi responsabili della mancata applicazione delle sanzioni, con conseguente danno erariale.

L’iter giurisdizionale, dal 2007 al 2020, ha fatto registrare tre sentenze della Corte dei conti, quella di primo grado (n. 1096/2012), quella di appello (n.302/2018) e quella di revocazione (n. 10/2020), a seguito di ricorso proposto da uno dei condannati. Inoltre, sempre sulla stessa questione, è anche intervenuto, dapprima, il Governo e, poi, il Parlamento, con l’art. 44 del decreto-legge n 248/2007, convertito in legge n. 31/2008, norma passata alle cronache giornalistiche come “indulto statistico”.

Due dei condannati in primo grado, dopo aver interposto appello, hanno presentato, in epoche diverse, istanza di definizione del giudizio che, a seguito di accoglimento da parte della Corte, ha comportato l’estinzione del giudizio stesso, previo pagamento del 20% (ex art. 14, comma 2 ter L.102/2013) per il primo, e, per il secondo, del 30% (art. 1, commi 231, 232 e 233 della L. 266/2005) dell’importo a carico di ciascuno di essi indicato nella sentenza appellata, oltre interessi e spese legali.

Sia nel giudizio di primo grado che in quello di appello, il sindacato Usi Ricerca e l’Associazione dei consumatori Adusbef sono intervenuti ad adiuvandum della Procura generale della Corte dei conti.

Nei titoli di coda di questa storia, non possiamo non riportare quando già scritto in un nostro articolo di qualche anno fa e cioè che, successivamente all’intervento della Corte dei conti, sollecitato, come già detto, dal sindacato Usi-Ricerca, l’Istat si è finalmente attivato per contrastare e sanzionare i non rispondenti ai questionari statistici, anche se il numero delle indagini a risposta obbligatoria per le quali la mancata risposta è soggetta a sanzione è stato ridotto ex lege.

Ciononostante, risulta dai bilanci di esercizio che nelle casse dell’Istat, dal 2008 ad oggi, sono finiti, a titolo di sanzioni per mancate risposte ai questionari, diversi milioni di euro, di cui quasi 14 nel sessennio 2013-2018.

Per alcuni, un bel tesoretto; per altri, una sorta di vitalizio “lasciato” dal sindacato Usi-Ricerca, dopo aver difeso per più di un quarto di secolo i lavoratori dell’ente.

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