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Venerdì, 26 Giu 2026

Un importante studio coordinato da Matilde Inglese, docente dell'Università di Genova, ha gettato nuova luce su come "leggere" i segnali che la sclerosi multipla lascia nel nervo ottico.

La ricerca è stata recentemente pubblicata e accettata come comunicazione orale all'American Academy of Neurology a Chicago; analizza l'efficacia dei nuovi criteri diagnostici McDonald 2024, che per la prima volta riconoscono ufficialmente il nervo ottico come un'area chiave per diagnosticare precocemente la malattia. Lo studio nasce dalla collaborazione tra Dipartimento di Neuroscienze, riabilitazione, oftalmologia, genetica e scienze materno-infantili (DiNOGMI), Dipartimento di Matematica (DIMA) e Ospedale San Martino.

La sfida della diagnosi "silenziosa"

Spesso la sclerosi multipla colpisce il nervo ottico in modo asintomatico, senza che il paziente avverta cali della vista o dolore. Lo studio ha coinvolto un ampio gruppo di 740 pazienti, utilizzando tecnologie all'avanguardia come la tomografia a coerenza ottica (OCT, una sorta di ecografia della retina che usa la luce invece degli ultrasuoni) e la risonanza magnetica (MRI) ad alta risoluzione.

Ricercatori e ricercatrici hanno confermato che i nuovi criteri basati sulla differenza di spessore tra i due occhi (IED) sono estremamente efficaci nel riconoscere chi ha avuto un'infiammazione del nervo ottico in passato, con una sensibilità dell'83%. Tuttavia, lo studio sottolinea un punto fondamentale: la risonanza magnetica rimane lo strumento più sensibile per scovare le lesioni nascoste o bilaterali, che a volte sfuggono ai soli esami oculistici.

Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: la tomografia a coerenza ottica e la risonanza magnetica sono alleati complementari. Mentre la tomografia a coerenza ottica è rapida e precisa nel misurare il danno strutturale ai nervi, la risonanza magnetica riesce a vedere l'infiammazione anche quando i test retinici sembrano normali. Questa sinergia permette ai medici di ottenere una diagnosi più rapida e accurata, fondamentale per iniziare tempestivamente le terapie.

Questa ricerca conferma l'eccellenza dell’Università di Genova nella lotta contro le malattie neurodegenerative, mettendo la tecnologia al servizio della salute.

(Fonte: UniGe)

 

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