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Mercoledì, 26 Ago 2026

di Antonio Del Gatto

A fine giornata, prima di lasciare la sua scrivania, un impiegato, in rotta con l'azienda, scrive una mail all'avvocato, con allegato un ritrattino non proprio edificante del suo capo, una signora definita "acida" perché sessualmente insoddisfatta e, oltretutto, con un marito parassita che deve  mantenere.

Anche i dirigenti sono rappresentati a tinte fosche, venendo descritti come una "cupola" con la quale è difficile avere a che fare. Destinato a restare riservato, il documento rimane purtroppo nella stampante, che opera in rete tra le varie postazioni, e subito si risale al pc dal quale lo scritto proviene. Scoppia il finimondo, con l'inevitabile giostra davanti ai giudici, fino in Cassazione.

Per l'azienda, c'era da parte dell'autore tutta la volontà di renderlo noto. L'impiegato  invoca, invece, la natura privata dello scritto. Secondo i giudici, in quanto divenuto di pubblico dominio, nessun rilievo può essere attribuito all'intenzione dell'autore di non dargli diffusione.

La Suprema Corte, con una sentenza del 12 settembre scorso, non esita perciò a condannarlo: il rapporto fiduciario col datore di lavoro - che con un impiegato di primo livello, quale era il malcapitato, è ancora più forte - deve ritenersi venuto meno per sempre, sicché il licenziamento è senz'altro legittimo.

Gli incauti sono avvertiti che la prudenza non è mai troppa. E poi si sa che scripta manent. Anche se nel pc, è la stessa cosa.

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