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Lunedì, 15 Giu 2026

di Biancamaria Gentili

Il sistema di valutazione del personale, previsto dal decreto legislativo 150 del 2009, fortemente voluto dall’allora titolare della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, è su un binario morto, non solo perché ritenuto inadeguato allo scopo ma anche perché, a causa del blocco delle retribuzioni anche accessorie, non può trovare applicazione quanto previsto dall’art. 19 del medesimo, in base al quale, all’esito della valutazione della cosiddetta performance:

a) il venticinque per cento è collocato nella fascia di merito alta, alla quale corrisponde l'attribuzione del cinquanta per cento delle risorse destinate al trattamento accessorio collegato alla performance individuale;

b) il cinquanta per cento è collocato nella fascia di merito intermedia, alla quale corrisponde l'attribuzione del cinquanta per cento delle risorse destinate al trattamento accessorio collegato alla performance individuale;

c) il restante venticinque per cento è collocato nella fascia di merito bassa, alla quale non corrisponde l'attribuzione di alcun trattamento accessorio collegato alla performance individuale.

Nonostante ciò, vi sono alcuni enti di ricerca che, senza aver ottenuto il consenso da parte dei lavoratori, stanno effettuando l’operazione di valutazione in via sperimentale. Un’operazione che appare incomprensibile e inutilmente dispendiosa, anche alla luce del fatto che al personale sottoposto a valutazione non sembra siano stati esplicitati all’inizio del periodo di riferimento l’attività da svolgere, “gli obiettivi che si intendono raggiungere, i valori attesi di risultato e i rispettivi indicatori”, siccome previsto  dall’articolo 4 del citato decreto.

Intanto, sulle misure atte a assicurare la riservatezza dei dati  personali contenuti nei documenti di valutazione dei dipendenti, è intervenuto il Garante della privacy, con un provvedimento pubblicato l’8 novembre scorso.

Il Garante ha stabilito che il datore di lavoro è tenuto ad adottare ogni misura idonea a garantire la piena riservatezza di tali dati.

La decisione ha accolto alcune delle contestazioni che un dirigente medico aveva sollevato con un ricorso, con il quale aveva segnalato di aver ricevuto la propria scheda, in busta aperta, da personale amministrativo addetto a un'altra struttura dell'amministrazione.

Il dipendente aveva contestato, altresì,  all'amministrazione la mancata risposta alla richiesta di informazioni relative al trattamento dei propri dati personali.

Dalle verifiche effettuate nel corso dell’istruttoria sono emerse dichiarazioni contrastanti sulle modalità di effettiva circolazione dei documenti valutativi all'interno dell'azienda, tali da non far ritenere sufficientemente dimostrata la piena idoneità delle misure adottate a tutela della privacy.

Il Garante ha così imposto al datore di lavoro di fornire maggiori tutele affinché il contenuto delle schede individuali di valutazione non possa essere letto dal personale incaricato della consegna o da altre persone non autorizzate: ad esempio adottando modalità telematiche che consentano l'accesso al documento solo al dipendente interessato (certificandone anche l'avvenuta ricezione), oppure provvedendo a consegnare la valutazione opportunamente spillata o in busta chiusa.

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