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Mercoledì, 11 Feb 2026

Secondo il presidente del consiglio, grazie all’uscita dalla procedura per deficit eccessivi, l’Italia quest’anno ha la possibilità di scrivere autonomamente la Legge di Stabilità (quella che una volta era la Finanziaria).

Se però cade il Governo, ammonisce, non solo la Legge di Stabilità verrebbe scritta a Bruxelles, ma tornerebbe anche l’Imu sulla prima casa perché non sarebbe possibile convertire il decreto legge con il quale è stata abolita. Nel frattempo rassicura che l’obiettivo del mantenimento del deficit al di sotto del 3% del Pil sarà rispettato per il 2013.

Ci voleva Letta il giovane per inanellare una serie di esternazioni propagandistiche che nulla hanno a che vedere con la realtà.

L’uscita dalla procedura per deficit eccessivi nel 2012 c’è stata, è vero. Ma, più che un obiettivo raggiunto, appare come un vero e proprio regalo da parte della Commissione europea, la stessa che poi invoca rigore e austerità. Nel 2012, infatti, il 3% del Pil è stato pari a 46,977 miliardi di euro, mentre l’indebitamento netto è di 47,633 miliardi di euro, quindi superiore. In altre parole,l’Italia non aveva raggiunto i requisiti per uscire dalla procedura di infrazione, eppure è stata graziata.

Sulla Legge di stabilità, Letta il giovane sembra dimenticare che da quest’anno entra in vigore il Two Pack, ovvero una coppia di regolamenti europei che limita ulteriormente la sovranità nazionale, inserendo per la prima volta un’approvazione preventiva delle misure di correzione dei conti pubblici. Dopo aver dettato all’Italia le raccomandazioni sul programma nazionale di riforme che, per inciso, in tema fiscale vanno in senso opposto all’azione del Governo italiano, ora la Commissione europea formulerà entro il 30 novembre le proprie osservazioni sulla Legge di stabilità, chiedendo di modificarla qualora non la ritenga adeguata. In questo modo sovrapponendosi, se non addirittura sostituendosi, alla funzione del Parlamento italiano, che ha il compito di convertire entro l’anno il decreto governativo in Legge dello Stato con le dovute modifiche. A differenza di quanto affermato dal primo ministro, però, nulla cambierebbe nella procedura se il Governo fosse sfiduciato, come pure nulla cambia in termini di libertà d’azione per la Francia o la Spagna che, a differenza dell’Italia, sono ancora dentro la procedura d’infrazione.

E veniamo all’Imu sulla prima casa, la cui abolizione è stata fortemente voluta da tutte le componenti del Governo delle larghe intese. Per il momento il decreto legge varato il 31 agosto 2013, pochi giorni prima che l’Istat correggesse in peggioramento la stima del pil del secondo trimestre 2013, ha solo cancellato il pagamento della prima rata, sostituendola con altre tasse di varia natura. Ebbene quel decreto, anche qualora il Governo dovesse essere fulminato sulla via di Arcore, potrà tranquillamente essere convertito in Legge dal Parlamento, dove lo schieramento anti-Imu continua ad essere prevalente. Tutt’al più potrebbe essere a rischio la cancellazione della seconda rata del 2013, ma su questa più che i timori di una crisi politica, sembrano prevalere in queste ore le incertezze sulla tenuta dei conti pubblici.

Dopo gli allarmi lanciati dalla Bce e dal presidente della Commissione europea Barroso, che chiede all’Italia “rigore, determinazione e senso di responsabilità”, sono ormai in pochi a credere che quest’anno l’obiettivo del 3% di deficit possa essere raggiunto a meno di una manovra correttiva. Ad aprile, il Governo aveva dichiarato che il 2013 si sarebbe chiuso al -2,9%, contando però su un Pil in diminuzione dell’1,3%. Ora che si appresta con la Nota di aggiornamento al Def a rivedere la caduta del Pil all’1,8% tante certezze vengono meno. Anche perché le entrate tributarie, che hanno fatto il pieno nella prima parte dell’anno, da qui in poi sono attese in caduta, soprattutto a dicembre, quando l’erario dovrà fare i conti con un minor gettito Imu per svariati miliardi rispetto a quanto previsto. Si rincorrono voci di una frenetica attività al Ministero dell’Economia per far quadrare i conti.

In questo contesto politico-economico le possibilità di interventi incisivi sulla riduzione del costo del lavoro, la stabilizzazione del precariato  o il rilancio di settori strategici come la ricerca sembrano essere destinate ad un nuovo rinvio sine die. Non a caso, più di qualcuno ha già ribattezzato questo esecutivo come il “governo delle lunghe attese”.

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