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Lunedì, 02 Nov 2026

Il Consorzio universitario Almalaurea, che si occupa della ricerca dati dell’istruzione italiana, ha stilato di recente la classifica dei corsi universitari “inutili”, intendendo con questa spietata denominazione quelli che a un anno dalla laurea annoverano la più alta percentuale di disoccupati.

Si tratta di un primato negativo che, coi tempi che corrono di disoccupazione giovanile galoppante, non meraviglia più di tanto, ma che senz’altro può costituire oggetto di, questa volta utile, riflessione, soprattutto per gli stessi giovani che si accingono a scegliere la facoltà alla quale, se così si può dire, affidare il loro futuro.

La facoltà al vertice della classifica è risultata essere Giurisprudenza, con la poco invidiabile percentuale del 24% di disoccupati. Per me una grande sorpresa, visto che quando ho conseguito la licenza liceale, nel 1973, e volevo scegliere di fare Filosofia, tutti ma proprio tutti, in primis addirittura il professore di Storia e filosofia del liceo, mi dissero di fare appunto Giurisprudenza, che “apriva tutte le strade”.

Forse i miei ricordi appartengono ormai alla preistoria, ma sono, torno a ripeterlo, rimasto comunque basito nell’apprendere tale notizia, tanto che, con tutta la buona volontà, faccio fatica ad accettarla: il mondo alla rovescia, una vera rivoluzione copernicana.

Seconda e terza nella “classifica della vergogna” (il copyright è il mio) sono le facoltà di Psicologia e Lettere; poi troviamo Scienze sociali, Lingue, Scienza della comunicazione, Scienze politiche, Arte e design, Filosofia e Agraria, l’unica, quest’ultima, tecnico-scientifica, quindi non umanistica, della lista nera.

Ergo, sono le facoltà umanistiche a sfornare laureati non compatibili con quello che chiede il mercato, il modo di dire che rappresenta la versione attuale del carmina non dant panem, con la differenza, non da poco, che a far fatica “a combinare il pranzo con la cena” un tempo erano solo i poeti e non, come oggi, tutti i laureati compresi nella classifica di Almalaurea.

Sarà perché sono sentimentalmente schierato con gli umanisti, anche se non ho niente contro “la scienza”, supposto poi che questa summa divisio abbia un senso, ma francamente credo che la classifica in questione, così com’è concepita, sia un po’, come dire, “ingiusta”.

Non si vede, infatti, il motivo di prendere a riferimento il lasso temporale di un anno, senza cercare altre e diverse verifiche. Soprattutto non si capisce perché ci si debba prostrare in questo modo davanti al dio mercato, elevandolo a misura di tutte le cose, in particolare al di sopra della nostra personale soddisfazione a scegliere una certa professione , che è quella che ci piace, piuttosto che un’altra, per la quale non ci sentiamo portati né realizzati, anche se magari potremmo iniziarla prima e con una remunerazione maggiore .

E’ giusto, insomma, che una persona si dia da fare per trovare lavoro, però è anche umano che cerchi di non prenderlo al prezzo di una grande infelicità.

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