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Giovedì, 08 Gen 2026

Poiché gli spagnoli ci somigliano, almeno secondo la logica degli spread, che infatti viaggiano vicini, è profondamente istruttivo dedicare un po’ di tempo alla lettura di un breve studio che la Commissione europea ha dedicato al loro mercato del lavoro, la cui evoluzione nel tremendo primo decennio del XXI secolo è stata quantomeno esemplare.

Ricordiamo tutti quanto bruscamente la Spagna sia transitata dallo stato di grazia del miracolo economico, che ancora fino al 2007 poteva rivendicare, allo stato disgraziato del salvataggio bancario, resosi necessario non appena i grandi creditori degli spagnoli hanno richiamato i soldi in patria, replicandosi così per la Spagna il solito copione che ormai va in scena all’infinito nella nostra economia globalizzata e che la Spagna stessa interpreta con graziosa disinvoltura.

Qui però è interessante osservare un’altra peculiarità del sistema spagnolo, così simile al nostro, per dedurne come le vicende occorse ai lavoratori spagnoli possano, ceteribus paribus, diventare le nostre.

Il periodo fra il 1990 e il 2007, ci ricorda la Commissione, fu caratterizzato da una crescita senza precedenti dell’occupazione in Spagna. Si parla di circa sette milioni di posti di lavoro in più. Ciò malgrado, tuttavia, il mercato rimase parecchio disfunzionale, con i salari in sempre più evidente divaricazione in una dinamica che ha finito con l’erodere la competitività dell’economia spagnola, conducendola verso i noti problemi di debito privato e debito estero arrivati alle stelle.

Peraltro, neanche al tempo del miracolo economico (a debito) gli spagnoli sono riusciti a mutare la struttura del loro mercato del lavoro: la disoccupazione strutturale rimase alta e la quota di lavoratori a tempo determinato sul totale pure.

Ciò spiega perché all’esplodere della crisi il mercato del lavoro abbia reagito così drammaticamente. Il crollo del settore delle costruzioni, che così tanta parte aveva avuto nel miracolo spagnolo, ha provocato una massiccia distruzione di posti di lavoro, circa  3,5 milioni stima la commissione, fra il 2008 e il 2013, ossia la metà di quanti se ne erano creati in diciotto anni. Sicché, la disoccupazione è passata dal 10% a oltre il 25%, con la quota dei lavoratori a tempo determinato in calo dal 29 al 23%.  Col perdurare della carestia tuttavia i problemi si sono estesi anche ai lavoratori più garantiti, che hanno visto cominciare il declino delle retribuzioni.

E proprio l’andamento della correzione dei salari è il punto centrale del paper della Commissione. L’analisi, concentrata nel periodo 2008-13, ha concluso che mentre la perdita totale di occupazione è stata superiore al 16%, i salari reali aggregati degli spagnoli sono diminuiti di circa il 4,5%.

Ma tale dato maschera profonde differenze. Non soltanto nell’entità delle riduzioni salariali, assai diversificate, ma anche nell’urto della disoccupazione, che ha colpito assai più i lavoratori più deboli e meno qualificati rispetto a quelli più protetti e più preparati.

Per farvela semplice, nella terribile guerra fra poveri che ha colpito i lavoratori spagnoli, a pagare il conto più salato sono stati quelli che già erano svantaggiati e sulle spalle dei quali si è consumata gran parte della correzione. Un copione assai comune in questi ultimi anni e non solo in Spagna.

I dati fotografano con chiarezza questa situazione. Non solo le retribuzioni medie dei lavoratori a tempo determinato sono significativamente più basse di quelle a tempo determinato, ma sono scese assai di più nel periodo considerato.

Il grafico elaborato dalla Commissione ci dice che nel 2008, quindi agli albori della crisi, un lavoratore a tempo determinato guadagnava in media un po’ meno di 16 mila euro l’anno, a fronte degli oltre 24mila di un lavoratore a tempo indeterminato.

Nel 2009 mentre i guadagni dei lavoratori a termine iniziavano a declinare, quelli dei lavoratori a tempo indeterminato crescevano, confermandosi tale andamento anche per il 2010. Solo dal 2011 i tempo indeterminato hanno visto invertire la tendenza, ma con un andamento assai meno ripido di quanto sia accaduto ai tempo indeterminato.

La conclusione è che nel 2013 mentre la media dei guadagni dei precari si avvicinava a 12 mila euro l’anno, quella dei garantiti scendeva intorno ai 23 mila. Tale diminuzione si riflette nel notevole crollo dei contratti a tempo determinato, diminuiti assai più rispetto a quelli a tempo indeterminato.

La conclusione della Commissione è perciò evidentemente logica: “L’aggiustamento delle retribuzioni sofferto dai lavoratori a tempo determinato è stato quasi il triplo di quello subito dai lavoratori a tempo indeterminato”. Un risultato “sorprendente”, osserva ancora, anche perché “si dovrebbe considerare la possibilità di rinegoziazione implicita nei contratti a tempo determinato”.

“Ciò suggerisce – sottolinea – che i lavoratori temporanei siano stati penalizzati due volte, essendo esposti a un rischio più elevato di licenziamento e soggetti a una più elevata diminuzione di retribuzione”.

Insomma: i lavoratori precari e meno qualificati sono crollati alla base della catena alimentare del mercato del lavoro.

Secondo la Commissione questo risultato supporta l’evidenza che un’elevata dualità nel mercato del lavoro “può condurre a un lento e inefficiente aggiustamento, che peraltro penalizza in maniera sproporzionata i lavoratori temporanei”.

La soluzione, manco a dirlo, è “una riforma del mercato del lavoro che riduca il gap fra i lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato che faciliti la reattività dei salari anche fra i lavoratori a tempo indeterminato”.

Sembra di capire che ciò evochi un sano ritorno alle politiche salariali dei primi anni ’50.

Ma certo, la schiavitù funzionerebbe meglio.

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