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Martedì, 20 Ott 2026

Com’è noto, tutti i governi della Seconda Repubblica, vale a dire degli ultimi vent’anni, hanno sempre rivendicato, nell’ambito dei loro programmi, la centralità della ricerca, ripetutamente indicata come una priorità.

Per il Presidente della Repubblica uscente, quello della ricerca è stato addirittura una sorta di leit motiv dei suoi discorsi, con gli inevitabili corollari del dispiacere per la continua fuga di cervelli e dell’urgenza delle misure da adottare per scongiurarla o, quanto meno, contenerla, misure peraltro sempre rivelatesi inefficaci.

Preso atto che quella di far tornare i fuggitivi si è rivelata impresa ardua, non resta che darsi da fare per tenerci stretti i cervelli che ci sono rimasti e che, per ora, non sembrano avere l’intenzione di andarsene.

Poiché, al di là di ogni possibile distinguo, questo orientamento sembra registrare l’unanime consenso di decisori e osservatori, non si capisce come mai non si perda occasione per mortificare coloro che sono rimasti, facendo di tutto per fiaccarne lo spirito.

A molti di questi l’ultimo “ceffone” è stato affibbiato, come abbiamo ricordato la settimana scorsa, dalla legge di stabilità, approvata poco più di un mese fa, esattamente il 23 dicembre scorso (legge n. 190 del 2014). Orbene, in uno dei 735 commi dell’unico articolo di cui tale provvedimento consta, per la precisione il comma 256, nell’ambito di una giungla di richiami normativi da sfiancare anche i lettori più cocciuti, per i docenti e ricercatori universitari si conferma il blocco degli scatti stipendiali fino a tutto il 2015.

In pratica, l’esatto opposto di quanto è avvenuto con il ripristino delle fasce stipendiali, bloccate dal 2010, per ricercatori e tecnologi del comparto degli enti di ricerca. Né, a giustificare la disparità di trattamento, può valere l’obiezione che mentre questi ultimi sono “contrattualizzati”, docenti e ricercatori universitari invece non lo sono, dato che anche per altri settori non contrattualizzati del pubblico impiego il blocco è venuto meno già da tempo.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un vulnus, odioso e perciò inaccettabile, al principio costituzionale di uguaglianza che, com’è noto, se da un lato impedisce di trattare in modo uguale situazioni diverse, dall’altro vieta di trattare in modo diverso situazioni uguali.

Ora, due situazioni più uguali di quelle descritte, con ricercatori da una parte e dall’altra, è veramente difficile da immaginare. Ci sembra più che giusto, dunque, che esse ricevano il medesimo trattamento.

Lesta nel prendere posizione quando si tratta di brevetti, crediamo sia il caso che la Crui batta un colpo anche questa volta, facendo sentire subito la sua voce contro l’ignobile disparità di trattamento di cui abbiamo trattato.

Se non altro, per il governo sarà assai difficile far finta di non sentire.

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