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Venerdì, 17 Lug 2026

Quanto scritto dal Foglietto lo scorso 30 giugno scorso nell’articolo Dopo la sentenza della Consulta, riparte la contrattazione nel pubblico impiego. Ma gli aumenti saranno una miseria si è puntualmente verificato.

A più di tre mesi dalla pubblicazione della sentenza della Consulta, il governo ha battuto un colpo facendo sapere che a disposizione dei circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici ci sono non più di 3-400 milioni annui, che corrispondono a un aumento mensile medio della busta paga di circa 9 euro lordi.

E per averli non sarà così semplice. Martedì scorso si è tenuto un primo incontro tra Aran e sindacati per ridurre da 12 a 4 i comparti di contrattazione del pubblico impiego, come previsto dal decreto legislativo n.150/2009.

Ammesso che si riesca a trovare rapidamente un accordo, si dovranno individuare, per ogni nuovo comparto, le sigle sindacali rappresentative, ovvero quelle che superano il 5% nella media tra numero di iscritti e voti raccolti nelle Rsu.

Sarà, dunque, necessario ricorrere a una nuova consultazione elettorale, a meno che non prevalga l’ipotesi, alquanto balzana, di adattare i risultati delle ultime elezioni delle Rsu nel pubblico impiego ai prossimi comparti, per poi avviare le trattative. Se dovesse prevalere tale ipotesi a rimetterci saranno soprattutto le sigle sindacali presenti nei comparti di minori dimensioni, che sarebbero estromesse dalla trattativa.

Considerate le eterogeneità presenti anche all'interno degli attuali comparti (si pensi ad esempio al salario accessorio negli enti pubblici di ricerca), il tavolo negoziale dovrà uniformare il personale di ciascun macro comparto sia con riferimento all'inquadramento giuridico che al trattamento economico.

Con il Dpcm 26 giugno 2015, la Funzione Pubblica si è portata avanti con il lavoro, pubblicando le tabelle di equiparazione che consentono l'inquadramento da un comparto di provenienza verso gli altri, senza però prendere in considerazione l'accorpamento. Le 10 tabelle di equiparazione approvate unilateralmente dal Governo, non sono esenti da critiche. I ricercatori e i tecnologi degli enti di ricerca sono stati esclusi dall'equiparazione e le 10 tabelle sembrano avere come unico obiettivo quello di inquadrare al ribasso il personale che transita da un comparto all'altro.

La conseguenza è facilmente intuibile. Quando un lavoratore è inquadrato in un profilo diverso con un trattamento economico inferiore, si porta con sè un assegno ad personam che viene riassorbito nel corso del tempo. Il rischio concreto per tanti lavoratori è quello di non vedere più crescere per molti anni la busta paga, in quanto ad ogni aumento contrattuale corrisponderà - fino ad assorbimento - un'analoga diminuzione dell'assegno ad personam.  

Analoga sorte toccherà ad alcuni beneficiari del bonus di 80 euro, che potranno vederselo ridotto o azzerato in conseguenza del rinnovo del contratto.

Se, come si teme, si assisterà a una penalizzazione generalizzata in fase di inquadramento dei pubblici dipendenti nei nuovi comparti, il Governo potrebbe riuscire nell'operazione di celebrare le nozze con i fichi secchi, cioè concedere aumenti ma solo sulla carta.

A questo si deve aggiungere che con lo sblocco della contrattazione entrerà anche in vigore il famigerato meccanismo di valutazione della produttività individuale, fortemente voluto dall'allora ministro Brunetta, secondo il quale si definisce a priori la quota di lavoratori meritevoli del premio (25%), non penalizzabili (50%) e fannulloni (25%).

Di fronte a prospettive tutt'altro che rosee per i dipendenti pubblici (aumenti di scarsa entità, equiparazione al ribasso e iniqua valutazione della produttività), ci si attenderebbe una dura reazione da parte dei tanti sindacalisti di lungo corso che, invece, a giudicare da alcune dichiarazioni rilasciate a margine del primo incontro con l'Aran, sembrano maggiormente preoccupati dal rischio di ridimensionamento dei loro incarichi.

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