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Giovedì, 29 Ott 2026

PalazzoChigiLe nebbie che avvolgono il rinnovo del contratto (bloccato da sei anni) dei dipendenti pubblici non accennano a diradarsi. Anzi, si infittiscono giorno dopo giorno.

All’ottimismo, successivo alla sentenza del giugno scorso della Consulta - che aveva  sancito l’incostituzionalità del blocco introdotto dal governo di centro-destra e perpetuato sia da quello tecnico che da quelli di centro-sinistra - è subentrato un deciso pessimismo, generato sia dalle irrisorie risorse messe sul piatto dal governo, che dai tempi della trattativa (finora, al palo), che rischiano di essere biblici.

Quanto alle risorse destinate da Palazzo Chigi ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego, il comma 466 della legge di Stabilità quantifica in 300 milioni di euro la spesa per il triennio 2016-2018, dei quali 74 destinati a Forze armate e Corpi di polizia e 7 al personale statale non privatizzato.

Si tratta di poco meno di 100 euro lordi pro capite, dai quali, giusta il disposto del comma 467 della legge di stabilità, si devono sottrarre circa 33 euro di contributi e Irap a carico dell’ente. La differenza, divisa per 13 mensilità, riserva ai dipendenti pubblici 5 euro mensili, al lordo dei contributi e delle ritenute fiscali a carico dei dipendenti stessi. A ciò si aggiunga che non è previsto alcun recupero per tutto il periodo del blocco (6 anni) e, forse, ma non è detto, non verrà conguagliata l’indennità di vacanza contrattuale scattata nel 2010.

Ci sarebbe da sorridere, se non fosse che la busta paga del lavoratori pubblici, dal 2010 a oggi, checché ne dica l’Aran, non solo non ha registrato alcun aumento, ma ha perso parte del potere di acquisto, per effetto dell’inflazione.

Ma ad allungare i tempi di una auspicabile soluzione della questione, che comunque non può prescindere dallo stanziamento di maggiori e più consistenti risorse, vi è anche un altro scoglio, che è una sorta di manna per il governo: la riduzione dei comparti di contrattazione da 11 a 4.

Infatti, fino a quando Aran e confederazioni sindacali (alcune delle quali, per effetto dell’accorpamento, rischiano di perdere la rappresentatività) non avranno raggiunto un (difficile) accordo, la trattativa per il rinnovo non potrà partire, anche se il governo – per mera ipotesi – dovesse stanziare nuove risorse. 

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