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Mercoledì, 29 Apr 2026

ll Rapporto della Fondazione Res, curato da Gianfranco Viesti, al quale tempo fa Il Foglietto ha dedicato un apposito articolo, ha dato ampia e articolata spiegazione della situazione di crisi in cui versano le nostre università, che, a fronte di tagli in media del 5% nel settore pubblico, hanno subito tagli superiori al 13%, con una perdita, dal 2008 a oggi, di oltre 10mila posti tra docenti e ricercatori.

Con l’1% del Pil, l’Italia è oggi ultima tra i paesi dell’Ocse per i fondi destinati all’università e alla ricerca, mentre le tasse d’iscrizione hanno avuto il più alto incremento del mondo, essendo cresciute del 51% negli ultimi sette anni e soltanto il 7% degli studenti gode di una borsa di studio, laddove gli idonei sono il 40%, un dato che rivela tutta l'iniquità del sistema se confrontato con quel che accade in Germania e in Francia, dove ricevono una borsa di studio rispettivamente il 30% e il 27% degli studenti.

Fondi scarsi e insufficienti, distribuiti sulla base dei due parametri del costo standard per la formazione dello studente e della (famosa o famigerata, a seconda dei punti di vista) VQR, hanno determinato un consistente drenaggio delle risorse verso il Nord del paese, mentre gli studenti a livello nazionale si sono ridotti del 20%, ossia di oltre 66mila unità, metà dei quali persi al Sud, ormai popolato da atenei rimpiccioliti dalla crisi, per i quali non può valere il principio del “piccolo è bello”.

Si capisce perciò come la protesta vada giorno dopo giorno progressivamente montando, con boicottaggi, convegni e sit-in in tutti gli atenei. L’11 febbraio l’epicentro della protesta è stato la Federico II di Napoli, dove si è svolta una tavola rotonda, cui ha partecipato anche il prof. Viesti, nella quale si sono poste le basi di una lotta che potrebbe sfociare in uno sciopero generale, con la partecipazione di tutte le componenti del sistema, dagli studenti ai precari, dal personale tecnico agli stessi strutturati.

In particolare, una parte dei docenti si sta battendo per il boicottaggio della VQR, considerata uno strumento arbitrario, anzi una vera e propria “arma contro l’università”, come è stata apostrofata da Melina Capelli, una ricercatrice di Statistica, della stessa Federico II, che contro di essa ha raccolto circa 500 firme. A conti fatti, sembra che a favore del boicottaggio della VQR sia schierato almeno il 20% del corpo docente, con punte elevatissime al Sud (a Palermo, contrari alla VQR sarebbero quasi il 70% dei docenti), la parte del paese più penalizzata dal sistema di valutazione gestito dall’Anvur.

Solo nel prossimo mese di marzo già si annunciano almeno due giornate di forte mobilitazione: la rete dei ricercatori non strutturati, cioè i cosiddetti precari (che oltre a “riempire” le commissioni d’esame, seguono almeno 3 mila tesi all’anno ma non hanno né scatti né pensione) sta organizzando per il 17 una protesta a Roma, davanti alla sede dell’ Anvur.  A seguire, promossi dalla Crui (il cui presidente, Gaetano Manfredi, si dice convinto che di questo passo dell’università resterà ben poco), il 21 si svolgeranno, invece, in tutti gli atenei incontri pubblici per riaffermare il ruolo strategico della ricerca e dell’alta formazione per il futuro del paese.

Base e vertice del sistema universitario appaiono, dunque, accomunati dalla stessa preoccupazione per la sorte dell’università, che mai come oggi  significa la sorte del paese. 

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