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Martedì, 21 Lug 2026

Pochi sembrano sapere che il prossimo 17 aprile si terrà un referendum cruciale per la tutela dell'ambiente e di importanti settori dell'economia del Paese. Quel giorno, a meno di due mesi dalla tornata elettorale delle amministrative, si terrà il referendum anti-trivelle, dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale lo scorso 19 gennaio.

Un referendum il cui esito, nonostante l'oscuramento dei media, dovrebbe avere un esito favorevole ai No-triv, che fa paura a molti, governo in testa, che ha fissato una data ravvicinata per il suo svolgimento.

Una circostanza che sembra chiara anche alla compagnia olandese Shell, che ha comunicato al ministero dello Sviluppo economico, dopo la pronuncia della Consulta, di rinunciare ai permessi di ricerca in mare tra Basilicata, Calabria e Puglia. E dire che la società aveva accantonato due miliardi da investire nell’attività di ricerca, che si sarebbe svolta tutta entro le 12 miglia marine dalla costa.

La rinuncia della Shell segue di qualche settimana quella della società irlandese Petroceltic - interessata alle esplorazioni alle Tremiti - che sembra aver gettato la spugna per problemi finanziari.

Le trivellazioni a largo – a detta di molti esperti - arrecano più danni che benefici, soprattutto alla pesca e all'ambiente marino. Un'attività che in caso di incidenti può essere letale per l'ecosistema, come ha dimostrato, da ultimo, la vicenda della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum, nelle acque del Golfo del Messico.

La compagnia dei Paesi Bassi sinora non aveva condotto alcuna perforazione esplorativa per saggiare le rocce profonde sotto il Golfo di Taranto; aveva fatto una prima richiesta nel novembre 2009 ma, successivamente, il governo Berlusconi, dopo il disastro provocato dalla piattaforma inglese, con il concorso di tutte le forze politiche stabilì un divieto di fare perforazioni petrolifere lungo le coste nazionali, laddove insistessero riserve marine protette.

La successiva compagine governativa, guidata da Mario Monti, pur confermando il divieto, decise di fare salve le procedure già avviate, tra le quali i due permessi di ricerca nello Ionio già rilasciati alla Shell, ma introdusse il limite delle prospezioni entro le 12 miglia marine. E così, in ottobre, dopo un iter di 35 mesi, la compagnia aveva ottenuto il via libera all’analisi del sottosuolo, con un decreto di compatibilità ambientale firmato dai ministri dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, e dei Beni culturali, Dario Franceschini.

Sennonché, grazie alla mobilitazione di 200 tra associazioni, comitati e movimenti No-Triv. i consigli regionali di Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise (l’Abruzzo si è poi ritirato) avevano deciso di presentare sei quesiti referendari, ai quali la Cassazione aveva dato il via libera. Ma la Suprema Corte, alla luce delle modifiche intervenute nel frattempo allo “Sblocca Italia” per effetto della legge di Stabilità, aveva considerato superati cinque quesiti, mentre aveva ritenuto che la modifica sulla durata delle concessioni non avesse recepito completamente la richiesta referendaria ed aveva dichiarato che il sesto quesito continuava a mantenere i requisiti necessari per la presentazione.

La Corte Costituzionale, il 19 gennaio scorso, come detto, ha dichiarato ammissibile il quesito referendario, con il quale, dunque, si chiede l’abrogazione della previsione che le attività di coltivazione di idrocarburi relative a provvedimenti concessori già rilasciati in zone di mare entro le dodici miglia marine abbiano durata pari alla vita utile del giacimento, in pratica, non abbiano alcuna scadenza.

Il referendum vuole, invece, limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale; chiudere i procedimenti in corso e evitare proroghe.

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