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Venerdì, 04 Set 2026

La seconda metà del XX secolo è la cronaca di un sogno, sognato oltre Atlantico e da lì condiviso ovunque grazie alla potenza dei cannoni e dell’immaginazione: il sogno americano. Ossia la reificazione di quel diritto alla felicità che la costituzione statunitense statuisce nelle sue premesse, che trova nella libera espressione dell’individuo che agisce all’interno di un contesto ad esso favorevole, lo strumento del suo arricchimento, innanzitutto materiale. E da lì in poi, ogni cosa è possibile.

Il sogno disegnava il mondo come una prateria di opportunità, semplicemente da cogliere. E le cronache hanno raccontato per decenni questi raccolti, nella forma di uomini e donne nuovi emersi dalla caligine indifferenziata del popolo per divenire star. Prima degli affari, poi dell’intrattenimento, oggi del web.

Ma come tutti i sogni, prima o poi arriva il momento del risveglio, quando si inizia a comprendere che la vita meravigliosa coltivata dalla propaganda di un certo ottimismo interessato e dall’entusiasmo di un mondo nuovo che si costruiva, celava una filigrana fragile. E il sogno americano, ormai da tempo avviato al risveglio, consegna oggi alle cronache una popolazione oceanica con gli occhi pesti e le membra stracche di chi abbia dormito molto, ma riposato male. Oggi li chiamano Millenials, per pura questione anagrafica. Ma sono coloro che hanno attraversato il secolo essendo già adulti, anche se una certa letteratura oggi sogna – il sogno prossimo venturo – che adulti non si diventerà mai.

Costoro, i millennial, ci dice la Fed, sono la quota più numerosa di adulti negli Stati Uniti e rappresentano il 38% della forza lavoro. In sostanza sono il futuro. E tuttavia – ed ecco il sogno svelarsi – la ricchezza che hanno accumulato in media è di gran lunga inferiore di quanto gli esperti si aspettassero, basando le previsioni sugli andamenti patrimoniali della generazione precedente.

Il sogno di una crescita infinita, che avrebbe condotto ognuno a stare meglio dei propri genitori – una delle sfaccettature del sogno americano (e occidentale) – mostra così il suo aspetto menzognero. Forse i Millennial Usa sono una generazione perduta – come pure ipotizza la Fed – ma se così fosse dovremmo aspettarci che la generazione successiva riprenderà il trend ascendente dei loro nonni. La qualcosa contraddice ogni buon senso, persino fra gli ottimisti, per la semplice ragione che nessuno se l’aspetta.

Certo, la Grande Crisi ha avuto l’effetto del canto del gallo, sui sognatori del benessere infinito e crescente. Ma stupisce scoprire che i Millennial “sono stati l’unico gruppo a perdere sia reddito che ricchezza, nel 2010”, andando pure peggio nel 2016, “al 3% sotto il reddito atteso e il 34% in meno rispetto alla ricchezza attesa”. “A partire dal 2016, le famiglie millennial più anziane erano quelle più indietro”.

E questo alimenta una delle grandi narrazioni della nostra contemporaneità: la disparità nella distribuzione della ricchezza, che è come veleno per il sogno americano. Al punto da diventare uno dei capitoli dell’agenda politica, appena sotto il riscaldamento globale.

Il sogno ci ha condotto a un mondo diseguale, inquinato e in debito di speranza, dove i giovani, che pure appaiono più istruiti e quindi teoricamente con tutte le carte in regola per il successo, inseguono inutilmente la ricchezza dei loro padri. Ma tutto ciò che riescono ad afferrare è la loro eredità. Vale per gli Usa. Vale per tutti.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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