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Lunedì, 26 Ott 2026

Platonedi Roberto Tomei

La "storia" dei proverbi non può, per noi europei, che partire dalla Grecia.

Sembra che dall'oriente, attraverso la Ionia, tanti proverbi (in particolare quelli aventi ad oggetto gli animali) sarebbero transitati nella patria di Omero, mescolati a fiabe e favole.

Tra questi "generi" vi sarebbero complessi rapporti, tanto che qualcuno, basandosi sugli elementi comuni a entrambi (la capacità allegorica, il valore assertivo, la possibilità d'applicazione referenziale), ha sostenuto la tesi di una "derivazione parallela di fiabe e proverbi da una elaborazione concettuale volta a rappresentare un dato aspetto della realtà" (S. Jedrkiewicz).

Altri, dopo aver analizzato le analogie strutturali e funzionali tra i due generi, hanno portato diversi esempi di proverbi costruiti su favole e di favole derivate da proverbi, asserendo che gli uni e le altre sarebbero diverse e parallele espressioni della cultura orale popolare (H. van Thiel).

Sta di fatto che fin dall'epoca arcaica i proverbi hanno avuto nella letteratura greca grande importanza, tanto nel teatro tragico, dove avevano la funzione di sottolineare la valenza generale di determinate vicende ed esperienze, che in quello comico, dove venivano piegati alle esigenze delle commedie, subendo così deviazioni ironiche, spesso effetto di distorsioni parodiche.

Al contrario, i proverbi non erano, di norma, tenuti in gran considerazione da filosofi e retori, che li ritenevano indegni dei discorsi elevati e/o forbiti che essi credevano di fare. Platone li riporta nei suoi Dialoghi, ma non li fa oggetto di studio specifico, ciò che avviene invece con Aristotele, che ai proverbi sembra abbia dedicato un'opera,  che però non è giunta sino a noi.

Considerando i proverbi il residuo di una civiltà antica, distrutta dal diluvio universale, egli mostra per essi un interesse speculativo eccezionale per un filosofo. Nell'Etica nicomachea non solo cita i proverbi ma ne elenca  alcuni di significato affine, spingendo i suoi allievi a studiarli, ad analizzarli e a raccoglierli, venendo per questo suo atteggiamento criticato da Ctesifonte, discepolo di Isocrate, che disprezzava profondamente i proverbi e coloro che li citavano o comunque vi facevano ricorso nei loro discorsi o nelle loro opere.

Sulla scia di Aristotele, nell'ambito della scuola peripatetica, proverbi, massime, aforismi, apoftegmi e sentenze varie divengono così oggetto di analisi attente e approfondite: Demetrio distingue i proverbi  dalle sentenze, che presupponevano uno specifico autore; Teofrasto li contrappone agli apoftegmi, frasi di autori famose e ripetute con valenza gnomica; Clearco li accosta agli indovinelli, come questi brevi e decisamente icastici; Dicearco sottolinea come alcuni di essi traggano origine da avvenimenti storici.

Sempre dalla scuola peripatetica, ancora una volta in base a un'intuizione dello stesso Aristotele, provengono anche le prime analisi di carattere stilistico dei proverbi,solitamente avvicinati alla metafora. Di essi si esalta, in particolare, la "stringatezza", ritenuta essenziale per lo stile epistolare e se ne discute, infine, persino il  possibile uso comico, un tema  che sarà poi molto dibattuto dai retori romani.
2 - continua

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