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Giovedì, 02 Apr 2026

italia russiaVisto il gran parlare di questi tempi circa i rapporti che ci legano alla Russia, e che la guerra ha trasformato in un notevole problema non tanto (non ancora) economico, quanto politico, vale la pena scorrere il breve approfondimento contenuto nell’ultimo bollettino di Bankitalia dove si forniscono i dati aggiornati del nostro interscambio con Mosca.

Le esportazioni verso la Russia pesano, come si può vedere dalla tavola sotto, 7,7 miliardi, pari all’1,5% del nostro export complessivo. Una quarto di queste vendite riguardano macchinari. Seguono prodotti della moda, della chimica e del comparto alimentare.

In questi settore, spiega tuttavia Bankitalia, le esportazioni in Russia non superano il 2% del fatturato complessivo. Si tratta, insomma, di esposizioni contenute. Ci sono però circa 1.200 imprese, per lo più di piccola e media dimensione, che vendono il 10% del loro fatturato in Russia. E questo aiuta a capire perché la domanda russa pesi sul nostro valore aggiunto una quota leggermente superiore a quella media delle altre economie avanzate.

Siamo molto più esposti sul lato delle importazioni, che nel 2021 sono state pari a 17,6 miliardi di euro, che valgono il 3,7% del totale delle merci acquistate all’estero dall’Italia. Si tratta ovviamente in gran parte di beni energetici: dalla Russia infatti arriva oltre il 20% delle importazioni di materie prime energetiche, con il gas naturale che arriva al 45%.

Quest’ultimo, per il 43% è utilizzato a fini produttivi, il 31% per generare elettricità e il 24% per usi domestici. Se smettessimo di importare gas dalla Russia potremmo compensare, secondo la Banca, i due quinti delle minori importazioni di Mosca ricorrendo a un maggior import di gas liquefatto da Usa E Qatar, acquistando maggior gas dall’Algeria, o aumentando l’estrazione di gas dai giacimenti nazionali. Ma parliamo sempre dei due quinti, non dell’intero fabbisogno. Si potrebbe recuperare qualcosa usando il carbone invece del gas per produrre elettricità, ma al prezzo però di notevoli emissioni. Una strategia efficace di effettiva sostituzione del gas russo, insomma, perseguibile, ma nel medio periodo, non nel breve.

Non finisce qui. Circa il 10% di importazioni italiane di concimi, nichel e cereali arriva da Russia, Bielorussia e Ucraina. Cose di cui non si trovano molto facilmente sostituti.

Se guardiamo al versante finanziario, l’Italia ha circa 11,3 miliardi di investimenti diretti in Russia (meccanica, costruzioni, banche), mentre gli investimenti di portafoglio non superano complessivamente il miliardo. Come d’altronde sono limitati gli investimenti russi di portafoglio in Italia. Possiamo farne a meno insomma. Quasi del tutto.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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