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Domenica, 15 Feb 2026

di Roberto Tomei

Diversi anni fa, allorché mi interrogavo sul significato del termine “crisi”, che imperversava, come oggi, sulla bocca di tutti e nei resoconti dei mass media, uno più grande di me, che di cose ne aveva sentite e viste certamente più di me, mi tranquillizzò dicendomi: la crisi è la nostra vitalità. Voleva dire che non c’era da preoccuparsi perché la crisi è consustanziale all’uomo. Insomma, magari non ne è consapevole, ma l’umanità vive sempre una crisi e nella crisi. Sono gli uomini che tendono sempre a lamentarsi, perché vogliono avere di più di quello che hanno.

Un’affermazione così, in netta controtendenza, non mi convinse del tutto, ma mi parve contenere un nucleo di verità. Del resto, se per crisi doveva intendersi una fase di arretramento e di ristrettezze, guardando alla mia esperienza, l’unica crisi che mi aveva cambiato un po’ la vita era stata quella petrolifera della prima metà degli anni settanta, che impose limiti tangibili alla circolazione dei veicoli.

Fu allora che fece capolino nella vita degli italiani, per non andarsene più, il vocabolo “austerity”, fra le prime prove tecniche di quella colonizzazione dell’inglese che è tuttora inarrestabile. Pur subendola, essa divenne, quasi subito, oggetto di simpatica ironia :”austerity, austerity, se non vuoi andare a piedi compra l’asino”. Non durò poi molto, la crisi, e presto tutto tornò come prima. Anzi meglio, perché appena pochi anni dopo ci dissero che eravamo diventati più ricchi persino degli inglesi. Notizia che diffuse una certa qual soddisfazione. Anche chi nutriva qualche dubbio, sotto sotto se ne compiaceva.

All’inizio degli anni novanta, poi, a una congiuntura economica non proprio allegra si sovrappose la crisi istituzionale, che sancì l’inizio della c. d. “seconda repubblica”. Persino il presidente della repubblica non era più quello di prima. Dismessi i panni del “notaio”, non si limitò più a fare il discorsetto di fine d’anno, che tutti ascoltavamo con comprensibile distrazione.

La botta arrivò, però, con l’avvento del terzo millennio. La vecchia e sempre rimpianta lira fu sostituita dall’euro. Tutti ci sentimmo subito più poveri, sempre impegnati a contare a quante lire corrispondevano stipendi e salari ora pagati in euro. Un esercizio che continuammo per anni e che adesso ormai quasi non ricordiamo più.

Qui finiscono i ricordi e si entra nell’attualità. Nel 2008, a detta degli esperti, è scoppiata la crisi più grave dopo quella del 1929. Ci siamo ancora dentro fino al collo. Dopo il governo tecnico ne è venuto uno semitecnico, ma dal tunnel ancora non si esce, anche se qualcuno crede di cominciare a intravvedere un po’ di luce. Mai vista una crisi così. E’ la prima volta che assisto al licenziamento di miei amici e mi sento fortunato ad avere soltanto lo stipendio “bloccato”. Non è bastato nemmeno il “pilota automatico” della Bce e scopriamo, con stupore, che persino il Fondo monetario internazionale conosce l’Imu. La sensazione diffusa è che la sovranità nazionale sia andata a farsi benedire, una realtà di cui i saggi che stanno riscrivendo la costituzione dovranno cercare di avere ben presente.

In questi giorni dicono che nel 2014 ci sarà la ripresa. Precisano, i più cauti, che sarà timida. Ancorché osservatore distratto, ho maturato il convincimento che le previsioni degli economisti siano fatte per essere smentite e le stime degli statistici per essere riviste.

E’ un disincanto non solo mio.

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