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Giovedì, 22 Ott 2026

La nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente dell'esecutivo von der Leyen, con delega alla Coesione e alle Riforme, - gestirà anche il Pnrr in condominio con il Lettone e falco economico Dombrovskij suo marcatore a vista - è variamente commentata. Toni super trionfali a destra e il più delle volte minimizzatori fra liberal e progressisti, salvo le dovute e giuste eccezioni.

Ora il pupillo della Meloni, che non votò nel febbraio del '21 il Recovery fund o Next Generation Eu, dovrà affrontare l'audizione-giudizio della commissione europarlamentare Sviluppo Regionale (REGI).

Teoricamente, visto che è richiesta la maggioranza dei due terzi, 28 voti su 41, se socialisti, verdi, left, votano contro compatti la maggioranza non c'è. Ma ci dovrebbe essere un soprassalto di coscienza antifascista e antisovranista nel gruppo eurosocialista che appare merce assai rara in questo momento di subalternità al nazionalismo di vario grado e colore.

Tra riffe e raffe, quando l'europarlamento dovrà esprimersi sulla nuova commissione in blocco, saranno passati 6 mesi dalle elezioni del 9 giugno. E questo già ci dice come il passo della tartaruga europea sia del tutto inadeguato di fronte alla necessità di fare il salto federalista in tutti i campi, soprattutto istituzionale. Anche solo quello liberal liberista invocato e proposto da Draghi per evitare "la lenta agonia" dell'Europa.

Ma per quanto riguarda la proposta della von der Leyen, il punto politico non è questo. Il punto di fondo, ora, è che con l'elezione di Fitto fra i 6 vice presidenti la maggioranza antifascista e anti sovranista che votò la von der Leyen è stata stravolta attraverso il complicato gioco da lei usato del peso dei paesi fondatori dell'Ue. E questo nel quadro di uno spostamento a destra degli equilibri della commissione europea sia verso il nord dell'Europa (falchi economici) che verso l'Est (ultra atlantisti) con il Ppe, che detiene la maggioranza dei commissari, 14, arbitro dell'organismo comunitario.

Tra parentesi, come fanno i Verdi europei, dopo la loro emarginazione dalla Commissione, a essere contenti e a non accorgersene proprio ora che nell'occhio del mirino i conservatori stanno mettendo, contro ogni evidenza ed emergenza meteorologica, il "Green deal"?

Il PD, diviso come al solito, dice per bocca della Schlein che nell'audizione europarlamentare non faranno sconti; altri, affetti da "amichettismo" cronico e dal richiamo meloniano all'union sacrée nazionalista, vorrebbero limitarsi a chiedere a Fitto di fare professione di europeismo per un beneplacito in cuor loro già concesso. Contorsioni e tatticismi più rivolti al loro interno ma che servono solo a nascondere l'ennesima subalternità dem.

Avs e M5s hanno già detto che non lo voteranno. Chissà se il PD avrà la stessa chiarezza.

Il personaggio Fitto, fiore all'occhiello della Meloni, ha un curriculum di conservatore e trasformista già assodato da decenni, il suo opportunismo politico non ha bisogno di essere verificato e aumentato con nuove dichiarazioni semi o para europeiste per gabbare l'opinione pubblica progressista.

Mai come in questo caso valgono le parole del Cristo: "sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno".

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7
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